lunedì, novembre 28, 2011

Il ponte dei suicidi

Tutti hanno un lato buono e uno cattivo. Così è stato per il Ventennio fascista, durante il quale furono fatte grandi opere infrastrutturali in tutto il Paese, Sardegna compresa. Cosa che non ha fatto nel suo ventennio il signor berlusconi, a cui è mancato poco di copiarne invece l’epilogo.
Una di queste opere è il Ponte del Rosello, che collega la città vecchia al quartiere denominato Monte Rosello.
A sinistra, il ponte sovrasta una delle più belle fontane d’Italia, la seicentesca Fontana del Rosello. Questa fontana un tempo rappresentava l’approvvigionamento idrico di buona parte della città e accanto c’è un antico lavatoio, dove le donne andavano a lavare i panni, sognando il giorno in cui avrebbero inventato la lavatrice.
A destra del ponte, nella vallata, si trovano i resti di un aquedotto romano, una antica casa fatiscente, e una grotta di cui non ricordo bene l’ubicazione.
Non si può negare che il ponte del Rosello abbia un grande fascino, specie al tramonto, e non è raro incrociarvi turisti armati di macchine fotografiche
.
Ogni tanto sulla spalliera vi si trova legato un mazzetto di fiori, messo lì in memoria di qualcuno troppo stanco della vita.
Quando vi fu il primo suicidio non saprei dirlo. Diede però un fascino sinistro al luogo e altri ne seguirono l’esempio, diventando nel tempo “il ponte dei suicidi”.
A nulla servirebbe mettere delle reti alle sponde, troverebbero un altro posto, e il problema sarebbe solamente spostato non certo risolto.

Quali siano le motivazioni del gesto, che accomuna il Friuli alla Sardegna nel triste primato italiano, non lo so. Ogni suicida ha la sua personale motivazione che può essere la perdita del lavoro o di un affetto caro, una grave malattia o l’alcolismo. Tutti sono accomunati però dall’abbandono, dalla solitudine che può essere interiore o esterna, subita nell’ambiente di vita.
Persone fragili, dalla grande sensibilità, incapaci di resistere ai drammi della vita che non mancano mai a nessuno. Queste persone avrebbero bisogno d’un sostegno, a volte materiale, più spesso psicologico.
I tagli all’assistenza sempre più feroci dati dai governi che amministrano il Paese, hanno portato questo settore all’agonia, e sempre più si cerca di demandare il problema alle associazioni volontarie, come fosse qualcosa che non riguarda l’intera comunità.

Il comune pensare definisce i suicidi come degli sfigati, termine crudo ma è quello che è. Non sono dei vincenti. Non sfrecciano sul ponte con la bmw grigio metallizzato; sul ponte ci vanno a piedi. Non hanno incarichi di prestigio sul lavoro; solitamente cedono il passo agli altri, ne subisono le prevaricazioni, le prepotenze. Troppo spesso il mobbing porta al suicidio. Non hanno i mezzi per pagare gli onorari di cliniche estere, dotate di tutto, in special di supporto psicologico al malato e alla sua famiglia. Qualcosa c’è anche nel nostro Paese, ma sono casi quasi unici, rarità, e tutti sappiamo cosa significa finire in una corsia d’ospedale. Non ci sono soldi, non ci sono mezzi, non c’è personale.
Eppure la nostra “civiltà” in quanto tale, dovrebbe andare al passo dei più deboli, non il contrario. Quando si realizza un nuovo edificio o una piazzetta (vedi quella di Carbonazzi), si dovrebbe renderli fruibili a tutti, anche agli anziani e ai disabili, che con le loro carrozzine o le stampelle non potrebbero arrischiarsi a salire gradini se non con l’aiuto di altri. Nei posti di lavoro dovrebbe essere un obbligo per i dirigenti mantenere regole e sorvegliare sull’incolumità e il benessere dei dipendenti, cosa peraltro ben recepita da tutti i contratti lavorativi.
Se poi il suicidio è la conseguenza della mancanza del lavoro o della solitudine, a chi va la responsabilità?


I Comuni e le Regioni ogni hanno stanziano molti soldi, davvero molti, per le attività culturali e il divertimento.
Personalmente non ho mai visto di buon occhio le spese per fuochi artificiali, concerti di mezza estate o capodanno, arrostite, sagre in genere e, per dirla proprio tutta, esposizioni che interessano solo gli organizzatori. E’ importantissimo il sostegno alla cultura, senza si rischierebbe un mondo di ignoranti. Ma la cultura dell’essere, la cultura della vita, che fine hanno fatto? Perché demandare sempre il tutto alle associazioni private, come se fossero un optional per la società?
Ho sempre avuto il sospetto che i soldi che un Comune spende per i divertimenti in città servano soprattutto a sviare la cittadinanza sui veri problemi, sulle grandi carenze: facciamo un’arrostita e dimentichiamo l’acquedotto che letteralmente fa acqua da tutte le parti.
Credo tutti sappiano cos’è un Consultorio familiare. Ero da poco trasferita a Sassari, e vicino casa ce n’era uno. Pensai di provare lì per una visita che ritenevo urgente. Ci andai nell’orario di apertura, trovai la porta socchiusa ed entrai. Mi vide un’impiegata (credo) che iniziò a spiegarmi qualcosa che non riuscii ad afferrare bene poiché venne interrotta da un medico che quasi quasi mi buttò fuori malamente, prendendosela pure con la signora di poc’anzi colpevole secondo lui di avermi fatto entrare, con la spiegazione che lì seguivano solo le gestanti e di rivolgermi altrove. Ecco, non è il modo di rapportarsi ai cittadini da parte di un’istituzione pubblica, anche se i fondi finanziati dal governo sono davvero pochi. Se avessi avuto un problema serio, di natura psicologica? Che effetto avrebbe avuto quel modo di fare? Basta poco a chi è sull’orlo del collasso nervoso e tutti lo sanno, o dovrebbero saperlo specialmente in un consultorio familiare. Quanto ci voleva per fare un cartello, anche in carta semplice, da apporre all’ingresso con le spiegazioni del caso? Il ponte rosello è a meno di cento metri.

Anche a Sassari come in altre città si sono organizzati dei gruppi di auto – aiuto per offrire alle persone bisognose un sostegno all’ansia e al panico, facilitando la comunicazione tra le persone e favorendone l’aggregazione.

Che fa invece il governo per sostenere la persona? Poco o niente. Al momento sostiene solo assessori e consiglieri, con auto di servizio e autista, cellulare a fondo perso, benefit di tutti i tipi. Per forza alla fine non ci sono soldi per i cittadini. E i pochi che restano meglio impiegarli in qualcosa che faccia dimenticare, che porti l’oblio, come una grande ziminata o i fuochi d’artificio o eventi da ascrivere sui libri di storia, come a venuta dell’affascinante sgarbi o del simpatico napolitano (devo scrivere così o mi censurano).
Mi vien da scrivere ancora che chissenefrega di loro, se non ho un lavoro, se sono gravemente malato, se sono un alcolista o uso tutta la pensione per lotto e grattini, se vogliono annientare la mia personalità, se i soldi non mi bastano più per pagare il condominio e fare la spesa, se ai miei figli non posso regalare l’i-pod e si sentono diversi dagli altri, se i miei cari sono lontani e irraggiungibili, se mi negano i giusti riconoscimenti, se mio marito mi picchia e i miei familiari mi disprezzano.
Chisssenefrega dei 150 anni dell’unità d’Italia se non c’è solidarietà umana?

* * *

Un post sul ponte Rosello l’avevo scritto il 10 giugno 2008, il giorno in cui avevo assistito al tentativo di suicidio di un giovane ragazzo, fermato all’ultimo da persone che disperate lo stavano cercando. Per fortuna non era solo, anche se in cuor suo lo credeva. Gli auguro di aver ritrovato la serenità.
Rileggendo il vecchio post l’ho trovato brutto e l’ho rifatto. Non so se meglio o peggio, magari un giorno rifarò anche questo, per dire che il ponte Rosello non è più il tragico collegamento tra due diverse sponde, la vita e la morte, ma su due diverse strade, quella vecchia e quella nuova: di umanità, di speranza, di gioia di vivere.
Nelle foto, la fontana del Rosello sovrastata dal ponte omonimo. Nell'altra immagine, la valle a destra del ponte nel 2008.

C’era anche un commento, che qui riporto.

Giovanni ha detto...
E tre giorni fa un altro caso ... Sempre di più tra Sassari e l'hinterland. Un triste primato di una città che ha, a parer mio, una grave mancanza quella di non creare o sostenere sani momenti di aggregazione e divertimento che vadano oltre lo "zilleri" e il "fosso", insomma una città con pochissime occasioni di sano svago. Questo fatto da alcuni potrebbe non essere direttamente collegato al grave primato, ma secondo me anche questo contribuisce. Sono d'accordo sul fatto che manchino degli aiuti importanti per chi ha difficoltà o momenti bui, qualcosa è stato fatto da quest'anno a livello giovanile con lo sportello C.I.C. nelle scuole superiori o almeno in alcune gestito da una psicologa. Saluti, Giovanni.

sabato, novembre 26, 2011

Ocypus olens

Un baldo esemplare di Ocypus olens.
Nella seconda immagine è ritratto da giovane
(larva di Ocypus olens).

Ho ancora impressa in memoria l’immagine del piccolo bacherozzo nero che, coda all’insù pronto all’attacco, dall’altra parte della strada al centro del marciapiede, sfidava gli umani in un giorno di fine estate.
Lo guardai con tenerezza e compassione; e con invidia: così piccolo, aveva dentro di sé più coraggio d’un’armata di uomini. Avessi io una minima parte del suo coraggio, potrei dominare la luna. Lì, su quell’assolato marciapiede, avrebbe sfidato chiunque avesse accettato di misurarsi con lui.
Probabilmente di lì a poco un passante frettoloso l’avrebbe schiacciato senza neanche rendersi conto di quale crimine si stesse macchiando, togliendo al piccolo bacherozzo la possibilità d’una singolar tenzone. Così è la vita. Il forte schiaccia il debole. A volte per miopia, troppe volte intenzionalmente.
La prossima volta spero d’avere appresso una scatola, o un giornale, o qualsiasi cosa per metterlo in salvo e dargli un’altra possibilità.
L’ho poi rivisto in campagna, quel curioso animaletto, ed ho imparato a conoscerlo meglio. Per mesi allo stato larvale, vive al coperto, sotto pietre e sassi. All’inizio dell’autunno l’Ocypus adulto lo si può vedere in giro alla ricerca di prede. E’ un grande cacciatore (poteva essere diversamente?), attacca uccide e divora insetti anche molto più grandi di lui: vermi, chiocciole, millepiedi. Purtroppo, se capitano a tiro, anche le coccinelle. Ma la fame è fame. Forse che noi umani non mangiamo porcetti e agnellini?
Dotato di grosse zanne, l’aspetto può fare paura a chi non lo conosce bene, tanto che sul web ho trovato aggettivi poco onorevoli e molto fuorvianti. Un “allevatore per gioco” di insetti lo definisce “bestiaccia tremenda”, il che la dice lunga su quanto questo tizio ami gli animali, o piuttosto li collezioni per il gusto tutto umano di comminare ergastoli e morte. Un altro che sembra un pazzo ma forse è un comico e si definisce uno “specialista”, lo chiama “larva nera”. Gli inglesi invece, più portati di noi al genere horror, l’hanno soprannominato “Devil’s coach horse”, tradotto come “Cocchiere del diavolo”. Sarà che la mia fantasia è più italiana e romantica, ma me lo immagino l’Ocypus-cocchiere seduto sulla zucca a incitare al galoppo un tiro a quattro di topi. In realtà in inglese significa "cavalcatura del diavolo", ovvero l'Ocypus sarebbe nell'immaginario un focoso destriero, a causa della posa a coda in sù.
E’ di giorni fa l’inseguimento di uno di questi terrificanti coleotteri per fargli qualche ritratto, e lui, vistosi senza scampo e data la mia mole umana, senza alcun rifugio a portata di zampa, ha giocato l’ultima carta: coon le zanne ha spostato qualche granello di terra in cui ha messo la testolina, così come nella leggenda degli struzzi. A quel punto, considerato il suo carattere fiero e indomito, non potevo fare altro che arrendermi, rifacendomi per le foto con una paciosa Agalenatea.
Il giorno appresso, un Ocypus (forse lo stesso, non saprei proprio, ma gli somigliava molto per taglia e per lo sguardo ridanciano) si trovava pericolosamente vicino alle ruote dell’auto che di lì a poco sarebbe partita. L’ho preso. Dovevo farlo. Chiuso fra le due mani serrate l’ho portato a qualche metro di distanza in un buon territorio di caccia. Il beneamato, lì vicino a osservare divertito la scena, mi chiede dove ho trovato il coraggio di prendere in mano il mordace “culimpippari”. Sarà stata la paura, o la gratitudine per la resa del giorno precedente, ma non mi ha pizzicato. E’ scappato dalla mano dritto e lungo sotto il primo gruppetto di pietre, e addio a mai più.

Per l'Ocypus, gli umani sono gli unici esseri di cui aver paura (e a gran ragione).

giovedì, novembre 24, 2011

Ognuno ha il suo prezzo

Cantareus apertus. L’ignara Monzetta non sa di valere 18 euro al kilo.

Se davvero ognuno ha il suo prezzo.
vien da chiedersi
quanto vale ognuno di noi.

Ad esempio,
quanto può valere un notaio,
depositario dei nostri ultimi desideri?
Un maestro elementare o un soffiatore di vetro?

E una bidella, quanto può valere?
Fino a ieri, poco,
contando il minimo del salario statale.

Ad essere l’ultima ruota del carro,
non si può valere più d’un nonnulla.

La bidella
non vale nulla,
non sa nulla,
non può contare niente.

Davvero, una pochezza.
Un elementare cerchio roteante.

Per lor natura di invenzioni umane,
in avverse circostanze, le ruote
a volte smettono di girare su se stesse,
sobbalzano, stridono, s’inceppano,
per rompersi o bucarsi infine.
Senza di essa il carro s’affloscia, si ferma.
Se manca la ruota di scorta
Si spingerà il carro a braccia.

Oppure
più prosaicamente
si può prendere l’aereo.

Oggi ho scoperto
che a prendere l’aereo,
invece di cambiare la ruota,
si guadagnano cinque milioni di euro.

Ergo
una bidella
vale cinque milioni di euro e rotti.

lunedì, novembre 21, 2011

Aria di libertà

Una bella Argynnis sui fiori di rovo.

Oggi in Sardegna si respira un po' d'aria di libertà.

Auguri a Bruno Bellomonte di nuovi giorni sereni.

sabato, novembre 19, 2011

Chi cancella i commenti

Perché mai alle 14 del pomeriggio c'era un commento nel blog, al post su a Manca pro s'Indipendentzia, e alle 19 non c'era più.
Credevo che solo gli amministratori del blog potessero cancellare i commenti.
O forse c'è l'amministratore degli amministratori?

Che brutta cosa...

Sa tanto di fascismo.

Ma non se ne fanno una vergogna?

venerdì, novembre 18, 2011

Coincidenze

Lunedì la corte deciderà sulla sorte di Bruno Bellomonte, indipendentista sardo.
Oggi, sul quotidiano più diffuso in Sardegna, appare un articolo sugli indagati di a Manca pro s’Indipendentzia, movimento sardo indipendentista.
Che dire?
A parte la tristezza del momento, a mente più fredda, non vedo chiaro, anzi, ci vedo un disegno.

Mi chiedo chi sono i veri terroristi, in questo momento?
Come mai l’articolo esce proprio pochi giorni dal verdetto per Bruno Bellomonte?
Una COINCIDENZA?
Una mala sorte per Bruno?

Non sarà invece un atto di terrorismo verso i militanti del movimento, verso i simpatizzanti, che si trovano nel dubbio: a chi credere? Da che parte stare? O magari, umanamente, s’allarmano per la paura d’esser presi in mezzo.

Quanto desidererei vivere in uno stato di legalità!
Eppure ogni giorno, ogni singolo giorno, mi trovo circondata da gente che di legalità sa poco o nulla, magari brave persone che di fronte ai fatti, alle ovvietà, alza le spalle, ormai condannata all’impossibile giustizia sociale.
Prigionieri anche noi come Bruno: lui dietro le sbarre, noi fuori, sotto tiro, forzati a perpetrare le regole del capitalismo.

Io ne traggo un avvertimento:
Statevi zitti, a testa bassa.
Arrangiatevi come potete per sopravvivere e non rompete le tasche.
Approffittate delle briciole e tanto vi basti.

Non ne volete approffittare?
Attenti, perché un altro rompicoglioni si fa presto a togliere di mezzo.

Non bisogna mai sovvertire l’ordine costituito.
Non si deve protestare per le ingiustizie.
Non si deve alzare la voce e manifestare.
Sentire senza ascoltare.
Guardare senza vedere.
Parlare senza dire.

Ho fiducia nel genere umano. Se non l’avessi sarei morta da tempo. E’ innata in ognuno di noi e così dev’essere, se vogliamo sopravvivere.
Se ci sono prove, inconfutabili, non soggettive ma oggettive, al di là di ogni ragionevole dubbio, che non siano sciocche telefonate o viaggi in un Paese libero, ne prenderò atto, come farebbe chiunque altro.
Altrimenti mi resterà il dubbio.

Sarei portata a fare dei paragoni, ma non vorrei strumentalizzare il fatto.
(Solo, permettetemi di chiedere se sono mai state fatte serie indagini sull’operato di quei signori che han ricevuto le minacce. Mario Diana, per esempio, all’epoca degli “attentati” (mai successo nulla, in realtà) due grassi stipendi: uno da presidente della provincia di Oristano e l’altro da consigliere regionale. Alla faccia nostra e dei disoccupati sardi).

Mi fermo qua e aspetto. Con fiducia, ma senza rassegnazione.

Una nuova tristezza

Da La Nuova Sardegna
A Manca, la «copertura» dell'eversione
Chiuse le indagini della Direzione distrettuale antiterrorismo su una serie di attentati
SASSARI. Non una generica «propaganda sovversiva», fatta di volantini e proclami, ma «atti di terrorismo - li chiama la magistratura - compiuti da una banda armata organizzata per sovvertire l'ordine costituito». È il profilo di "A Manca pro S'Indipendentzia" tracciato dalla Direzione distrettuale anti terrorismo. Lo fa a distanza di cinque anni dagli arresti di molti dei suoi militanti, per la procura del capoluogo volto presentabile di Nuclei Proletari per il Comunismo e Organizzazione Indipendenista Rivolutzionaria. Sigle che hanno firmato gli attentati nell'ultima stagione delle bombe: da quella bomba inesplosa alla Prefettura di Nuoro, nel 2002, all'ordigno che salutava l'arrivo di Berlusconi e Blair a Porto Rotondo, il 17 agosto 2004. Il profilo oscuro di "A Manca", formazione politica nata attorno al circolo sassarese Moncada, emerge dall'atto di chiusura dell'inchiesta con 18 indagati notificato a Bruno Bellomonte nel carcere di Viterbo, dov'è recluso per il mancato attentato al G8 de La Maddalena. Un atto che gli indagati, dieci dei quali arrestati l'11 luglio 2006 e ora liberi, attendono da allora. Nelle 33 pagine si leggono le stesse accuse rivolte a suo tempo dal sostituto procuratore della Ddat, Paolo De Angelis: associazione sovversiva con finalità di terrorismo, per lanciare bombe (è la contestazione) o avvertimenti minatori a politici, magistrati, sindacalisti, giornalisti. Aggravata non più e non solo dalla vasta produzione di scritti dai toni chiaramente antisistema, ma dalla effettiva commissione di attentati. Sono sei i nomi nuovi (vedi box) associati a queste accuse: Francesco Ferdinando Marmotta, ritenuto tra i fondatori dell'Oir e addetto alla ricerca dell'esposivo, nonché ruotante nell'orbita dei Carc (Comitati di appoggio alla residenza per il comunismo), Franca Dessena, presunta autrice dell'attentato al Comune di Arzachena (22 maggio 2003), custode di un volantino della sigla sconosciuta Nuclei proletari combattenti che poi sarà ricondotta agli autori dell'attentato all'allora deputato An, Bruno Murgia. E poi Marcello Gonario Delussu, capo fondatore - per l'accusa - che con il fratello Marco (tra gli indagati dal 2006) avrebbe curato sopralluoghi in vista degli attentati e fissato le strategie eversive; Giorgio Devias, «capo fondatore dell'organizzazione alla quale aderì dalla costituzione, nel 2002», per elaborare - si legge - i contenuti di manifesti per reclutare nuove leve. Mauro Mereu è individuato come affiliato agli Npc di cui avrebbe custodito un documento inedito, poi trovatogli dalla Digos, nel marzo 2006, «documento con il quale viene inaugurata la campagna di adesione e solidarietà - si legge nel capo d'imputazione - tra le diverse anime dell'eversione e dei movimenti clandestini della Sardegna, tra cui la costituenda organizzazione Nuclei Proletari Combattenti, che fanno capo a Ivano Ignazio Fadda», considerato fra i tre autori dell'ordigno a Murgia, del 22 marzo 2006. Ma forse il più noto tra gli indagati è Angelo Marras, indicato dagli investigatori della Digos come «capo fondatore, con Salvatore Nurra, attivo già prima della rapina di Luras dell'8 febbraio 2001, considerata la genesi di tutto, perché una sorta di colpo di autofinanziamento (ma non c'è nessun legame con gli indagati). Restano sotto inchiesta l'ex ferroviere ora in cella Bruno Bellomonte, Massimiliano Nappi, considerato l'ideologo, Marco Alessandrini, Stefania Bonu, Salvatore Sechi, Salvatore Nurra, Marco Delussu, Alessandro Sconamila, Emanuela Sanna, Roberto Loi, Pierfranco Devias e Marco Peltz. Nelle carte, l'ex pm antiterrorismo sovrappone, dunque, gli indipendentisti di "A Manca" ai marxisti-leninisti di Oir ed Npc, considerati autori di 26 tra attentati dinamitardi e lettere con proiettili, portati a segno con sequenza impressionate: dalla notte del 26 settembre 2002, quando a Nuoro - a distanza di 5 ore e mezza - vengono scoperti ordigni inesplosi davanti all'Assoindustriali, in via Veneto, e alla Prefettura di via Tola. Niente botto perché hanno micce difettose. Ma nelle stesse ore alle redazioni dei quotidiani sardi arrivano volantini di rivendicazione a firma Oir o Npc, con proclami e minacce ai giornalisti. È l'avvio di un clima di tensione che da Roma il ministro dell'Interno Beppe Pisanu sottolinea più volte, tanto da meritare poi l'appellativo di al «teorema Pisanu» da parte della galassia antagonista, che interpreta le inchieste come il tentativo di reprimere il dissenso. Ma la dinamite e la gelatina da cava abbondano, le minacce pure. Arrivano proiettili all'allora procuratore aggiunto della Ddat Mario Marchetti, alle sedi Cisl e Uil di Cagliari, all'ex presidente della Giunta regionale Italo Masala, l'ex governatore Mauro Pili, Giorgio La Spisa, al parlamentare Donato Piglionica (commissione Ambiente), al commissario governativo per i Rifiuti, generale Carlo Jean; al deputato di An Gianfranco Anedda, scoppia una bomba che distrugge la porta di casa del deputato Ignazio Manunza, mentre un'altra non deflagra e non danneggia quella di Mario Diana, all'epoca presidente della Provincia di Oristano. 18 novembre 2011

* * *
Non posso essere d’accordo con chi fa uso di violenza, o istiga altri alla violenza. E qui sono d'accordo. Però alcune delle persone coinvolte le conosco personalmente, tanto da dire che non possono essere loro.
Mai mi hanno fatto capire, neppure velatamente, di ricorrere a mezzi che non fossero più che leciti e democratici.
Come posso credere che meritino una condanna, o l’essere indagati, con quel che ne consegue per la libertà personale?
Mi è davvero difficile pensare ad A Manca come a un covo di eversivi, a persone temibili, di cui aver paura.
Non mi hanno mai fatto del male, anzi. Persone socievoli, simpatiche, attaccate alla famiglia, al lavoro. Come possono essere altrimenti?

A mio parere chi mina la società non è chi ha il coraggio di protestare, di manifestare contro le ingiustizie (sempre con metodi leciti), ma chi dall’alto non fa nulla per dare giustizia ed equità sociale ai lavoratori, ai cittadini, ai malati, ai giovani, agli anziani.
Si difendono sempre il barone, il politico e il capitalista. Quelli che i soldi li hanno, non quelli che col loro lavoro li producono.

E’ tutto sbagliato.
E’ l’inequità e l’ingiustizia che poi porta le persone a rivoltarsi contro il sistema, a valersi di metodi estremi. Con questo non significa essere d’accordo, ma comprendere il perché.

mercoledì, novembre 16, 2011

Titoli professionali


Sebbene acceda spesso al sito di SassariNotizie, quest’articolo mi era proprio sfuggito. Forse è rimasto troppo poco in home page???
Il giornalista che l’ha scritto sarà anche un professionista, non metto in dubbio. Magari nel tempo mi sarà capitato di leggere altri suoi articoli senza batter ciglio.
Ma su quest’articolo una tirata d’orecchie ci vorrebbe.
Forse si tratta di punteggiatura mancante? Di una frase spezzata? Di un refuso tipografico?
Come che sia, per elencare tra i titoli professionali:
“amico di Vittorio Sgarbi”
credo ci voglia un gran talento comico.

Questo il link dell’articolo.

Aggiungo quest’altro, per par condicio, sullo stesso argomento. Porta al sito di Michela Murgia, scrittrice sarda, che ha osato scoperchiare le pentole mettendo in dubbio la liceità dell’operato dei nostri amministratori.

Io non mi sbilancio. Tengo famiglia.

lunedì, novembre 14, 2011

A mosca azul

Terellia fuscicornis.
La famiglia dei Tephritidae è senz'altro la più decorativa tra i Ditteri.

L’importuna dei giorni scorsi mi ha riportato alla memoria Herman Hess e i suoi libri. Il lupo della steppa è stato il più affascinante dei suoi romanzi, ma, passati gli anni (forse 30), ripensandoci Siddharta è certamente quello che è rimasto più impresso nella memoria: il viaggio nel paese fantastico, i monaci buddisti, la cortigiana e il canarino nella gabbia dorata.
Ma se volessi cercare un legame con un libro, un’opera letteraria, quello che ha tracciato il solco permettendo una buona semina, è stato un semplice romanzo, un libriccino con l’unica pretesa di far passare piacevolmente alcune ore della propria vita.

Un ricordo associato ad esso (come s’intersecano i ricordi!) è la volta in cui il megadirettore galattico mi rifiutò la grafica d’un libro perché la riteneva troppo “ottocentesca”, come me, mi disse. Ok. Rifeci il lavoro dandogli lo stile da giornaletto sportivo e me la legai al dito.
Ci rimuginai su spesso. Perché mai il panzone mi dava dell’ottocentesca? A me pareva d’essere più moderna delle altre colleghe, ancorate al tradizionalismo, al conformismo, alla donna regina del focolare e dipendente dalle decisioni del marito. Salvo esser loro a dover portare i pantaloni, ma solo perché costrette dalle circostanze.
Scemenze.
Eppure ci volle la semplice lettura in un tranquillo pomeriggio, di un romanzo tra il romantico e il realismo, per capire che “ottocentesca” non era un’offesa, e quel nodo potevo ormai scioglierlo.
Ogni aggettivo ha un peso diverso a seconda del contesto in cui viene usato e il panzone aveva torto nel rifiutare un buon lavoro (della serie chi si loda s’imbroda?) preferendone uno mediocre ma moderno. Però per un verso aveva ragione. E una vista lunga.

Finito quel primo romanzo, rovistai tutti gli scaffali della biblioteca in cerca di altri testi dello stesso scrittore. Trovai una raccolta di poesie e dovetti comprare un dizionario italiano portoghese per poterle leggere.
Ne riporto una.

A MOSCA AZUL
di Joaquim Maria Machado de Assis

Era uma mosca azul, asas de ouro e granada,
Filha da China ou do Indostão.
Que entre as folhas brotou de uma rosa encarnada.
Em certa noite de verão.

E zumbia, e voava, e voava, e zumbia,
Refulgindo ao clarão do sol
E da lua — melhor do que refulgiria
Um brilhante do Grão-Mogol.

Um poleá que a viu, espantado e tristonho,
Um poleá lhe perguntou:
— "Mosca, esse refulgir, que mais parece um sonho,
Dize, quem foi que te ensinou?"

Então ela, voando e revoando, disse:
— "Eu sou a vida, eu sou a flor
Das graças, o padrão da eterna meninice,
E mais a glória, e mais o amor".

E ele deixou-se estar a contemplá-la, mudo
E tranqüilo, como um faquir,
Como alguém que ficou deslembrado de tudo,
Sem comparar, nem refletir.

Entre as asas do inseto a voltear no espaço,
Uma coisa me pareceu
Que surdia, com todo o resplendor de um paço,
Eu vi um rosto que era o seu.

Era ele, era um rei, o rei de Cachemira,
Que tinha sobre o colo nu
Um imenso colar de opala, e uma safira
Tirada ao corpo de Vixnu.

Cem mulheres em flor, cem nairas superfinas,
Aos pés dele, no liso chão,
Espreguiçam sorrindo as suas graças finas,
E todo o amor que têm lhe dão.

Mudos, graves, de pé, cem etíopes feios,
Com grandes leques de avestruz,
Refrescam-lhes de manso os aromados seios.
Voluptuosamente nus.

Vinha a glória depois; — quatorze reis vencidos,
E enfim as páreas triunfais
De trezentas nações, e os parabéns unidos
Das coroas ocidentais.

Mas o melhor de tudo é que no rosto aberto
Das mulheres e dos varões,
Como em água que deixa o fundo descoberto,
Via limpos os corações.

Então ele, estendendo a mão calosa e tosca.
Afeita a só carpintejar,
Com um gesto pegou na fulgurante mosca,
Curioso de a examinar.

Quis vê-la, quis saber a causa do mistério.
E, fechando-a na mão, sorriu
De contente, ao pensar que ali tinha um império,
E para casa se partiu.

Alvoroçado chega, examina, e parece
Que se houve nessa ocupação
Miudamente, como um homem que quisesse
Dissecar a sua ilusão.

Dissecou-a, a tal ponto, e com tal arte, que ela,
Rota, baça, nojenta, vil
Sucumbiu; e com isto esvaiu-se-lhe aquela
Visão fantástica e sutil.

Hoje quando ele aí cai, de áloe e cardamomo
Na cabeça, com ar taful
Dizem que ensandeceu e que não sabe como
Perdeu a sua mosca azul.

Il libro era “Memórias Póstumas de Brás Cubas”.
Semplicemente straordinario.

sabato, novembre 12, 2011

Perplessità

Un bruco di Cucullia calendulae.
Un tricolore a cui non dispiace razzolare nella terra.

“Appena saranno ufficiali le dimissioni di Berlusconi, esponiamo alla finestra la bandiera italiana (o in mancanza, un panno). Sarà il segno del nostro attaccamento per la Costituzione, che ha resistito al più violento attacco mai subito da quando i nostri Padri ce l’hanno affidata. Viva l’Italia! – Viva la Democrazia! – Viva la Costituzione! Passiamo parola”.
Questo è l’appello Ricucire l’Italia di Libertà e Giustizia.

Spiacente. Ma la bandiera al balcone non la metto. Per vari motivi.
Prima cosa, l’uscita di berlusconi dal governo non significa salvare l’Italia dal tracollo. Caso mai è una misura tampone, un argine al peggio.
Seconda cosa, berlusconi non basta. Dove li lasciamo i vari alfano, gelmini, zanicchi, dell’utri, barbareschi, schifani, bergamini, sacconi, binetti, boniver, la bella mara, renato il basso, e tanti altri assolutamente anonimi per noi cittadini, ma ancora saldamente attaccati alle poltrone? Non è senza berlusconi che si rifà l’Italia. Si rifà senza di lui e senza i parassiti.
Terza cosa, proclamare “Viva la Democrazia” è una cosa seria, va detta con cognizione di causa. E ne ha da passà acqua sotto i ponti, prima che in Italia si possa parlare di democrazia.
Quarto punto. Anche dire “Viva la Costituzione” può rappresentare un problema. Perché se uno la Costituzione la sa, o se la va a leggere, già ai primi articoli capisce quanto sono ipocriti gli italiani.
Ipocriti ed elitari.

Quella dell’élite è sempre stato un grosso problema per l’Italia. Non si è mai riusciti ad andare oltre. E finché non si riuscirà a rimuovere l’ostacolo, i problemi continueranno a esserci, e non ci potrà mai essere una vera democrazia. Ci sarà sempre la strada spianata a personaggi come berlusconi e i suoi amici.
Art. 1
L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
Art. 2
La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
Art. 3
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.


Questo è il mio blog, ed è naturale che parli di ciò che so, di ciò che mi appartiene, di quella che è la mia realtà.
Questo è quanto successo nei giorni scorsi.
Stavo parlando del più e del meno con una signora molto di sinistra, chissà come sposata ad un militare, di quelli che vanno e vengono dalle zone di guerra per “missioni di pace”.
Si parlava di scuola e di qualifiche. Da premettere che questa signora, chissà perché, crede che io sia iscritta a qualche diplomificio. Diceva che dovevo essere contenta d’avere un buon incarico (??) che mi eleva (??? Forse che mi hanno rifilato una scala? Tanto non ci salgo, mi viene l'ingirli). “Mah, rispondo perplessa, potrei sempre scegliere di occuparmi di giardinaggio…”. “Nooo, dice lei, ci si sporca le mani”.
“Embè? Me le posso sempre lavare. Mica come i militari mercenari che le mani non se le possono lavare neanche con la soda caustica”.
Ma si sa che la gente non è mai contenta. Invece di finirla lì si passa a Siddharta, "la" lettura giovanile. Ricordo d’aver letto tutti i libri di Hesse, "Il lupo della steppa" più d’una volta, ma sono letture ormai lontane nel tempo. Che però, per un verso, sono state fondamentali per la formazione. La signora concorda e Narciso e Boccadoro è il suo preferito. Poi mi consiglia uno scrittore contemporaneo, di cui ho sentito parlare ma non ho il tempo per leggere tutto ciò che vorrei. “Però se le piace il misticismo, se lei si sente mistica…”.
“Mistica, io? No, rispondo, io sono una grezza: mi piace sporcarmi le mani con la terra. E poi come lavoro faccio la bidella”.
Miracolo: la signora aveva improvvisamente fretta.

Facciamo che la bandiera la espongo quando in Italia ci sarà democrazia, giustizia e libertà? Prometto che lo farò se sarò ancora in questa vita. Ma ne dubito.

venerdì, novembre 11, 2011

La legge non è uguale per tutti


Un dato di fatto che ormai pochi non condividono. Gli esempi più illustri ce li danno, neanche a dirlo, coloro che dovrebbero essere garanti di equanimità, di giustizia: i politici da noi eletti a rappresentarci e a renderci giustizia e legalità. Quanti sono gli indagati ancora al governo? E quanti hanno almeno una condanna?
Non si tratta di anonimi cittadini, ma di deputati e senatori, ministri e alti funzionari.

Basta avere soldi, o sedere su una poltrona di comando, e non c’è reato che tenga.
Certo, il falso in bilancio non è come un omicidio materiale, ma sappiamo quanti fallimenti, quante bancarotte, quanti disoccupati può produrre un bilancio falsificato?
Produce per molti povertà, per pochissimi ricchezza. E questi pochissimi se ne fregano delle leggi, anzi ne fanno di nuove per garantirsi l’immunità, o per ostacolare in tutti i modi l’operato dei giudici.
Nel bazar politico italiano non si sa più se gli “eletti” (tra virgolette perché spesso non sono affatto eletti, ma si tratta di spartizioni fra i partiti) sono lì per rubare i nostri soldi o per salvarsi dalle condanne.

Nel 2009 a La Maddalena è stato perpetrato un grave attentato terroristico alla Sardegna, ai Sardi, e infine all’Italia. Qui il link di un’interessante articolo del Gruppo d’Intervento Giuridico del maggio 2011.

Chi ha pagato per tutto questo, finora, è un solo uomo.
Sconosciuto ai più; rinnegato perché diventato imbarazzante, per molti; simbolo dell’ingiustizia italiana, per pochi.

Sull’affare de La Maddalena s’è già scritto molto, e quelli del GdIG hanno riportato alla perfezione il tutto. Inutile dilungarmi. Posso aggiungere che lo scippo iniziale l’ha fatto quel che s’è definito “il papi degli italiani”, quello che voleva farci ballare il bunga-bunga per distorglierci dai suoi traffici.
E per darci un segnale del suo potere, per farci capire quanto è meglio stare zitti a capo chino, ha preso uno degli indipendentisti sardi, curando bene che non avesse una famiglia potente alle spalle, che non avesse amici impiccioni, e nemmeno figli piccoli che potessero commuovere la platea.
Uno di quei rompicoglioni che sul posto di lavoro difendono tutti, facendo valere i diritti senza dimenticare i doveri. Un sindacalista di quelli d’una volta, che oggi possiamo scordarceli, tanto sono ammanigliati ai padroni.
Uno senza paura, senza pregiudizi, di quelli che non si arricchiranno mai, troppo sono fessi e onesti.
Proprio così: un fesso.
Che se si faceva i fatti suoi, se pensava alle tasche sue e non a quelle degli altri, se pensava al bene suo e non a quello della Sardegna, se andava a pesca invece che a sventolare bandiere rosse, oggi sarebbe stato libero.
Invece Bruno Bellomonte è ancora in carcere e la procura di Roma ha chiesto per lui una condanna di quasi 11 anni.
Undici anni perché sospettato d’essere appartenente alle nuove brigate rosse, senza alcuna prova inconfutabile.
Un paradosso. I terroristi di cui le prove ci sono, evidenti quanto gli alberghi extralusso in decadimento, eloquente quanto la bancarotta italiana ad opera di papi e della sua accozzaglia; sono fuori, liberi e garantiti.
Bruno è in una cella. Lontano dalla sua casa, dalla moglie, dai pochi amici rimasti.

Bisogna tacere e piegare il capo: le mani dei potenti sono lunghe, come le ombre della notte.

giovedì, novembre 10, 2011

Il prodotto del berlusconismo


Una storia di miseria, di povertà, quella di Maria, letta nel sito dell’associazione L’Albero della vita. La regressione sociale è invece alla base della notizia riportata da La Nuova Sardegna. In tutti e due i casi si parla di ragazzine, di bambine. Non vissute in Asia, o in terre del terzo mondo. Ma in Italia. Nella grassa Italia di cui parlava l’ormai ex premier poco meno d’una settimana fa.

Il berlusconismo, dagli anni di craxi ad oggi, non ha arricchito l’Italia, né di denaro né di intelletto, né tanto meno di civiltà. Il berlusconismo è stato per l’Italia un’involuzione sociale che ha prodotto soltanto miseria: povertà da una parte, degrado squallore e ignoranza dall’altra. A farne le spese, ovviamente, sono sempre i più deboli.

mercoledì, novembre 09, 2011

Mantenuti di cosa nostra

L'Italia spolpata dal governo.

Un mezzo sospiro di sollievo all’andata di Silvio.
Vada.
E mai più torni.
Di ville all’estero ne ha da scegliere.

Ma solo mezzo sospiro.
Ne guadagneremo in immagine.

Non è credibile un premier che balla il bunga-bunga, utlizza le donne come fazzoletti da naso, assume mafiosi e prostitute.
All’estero si sono dimessi per molto meno.

Ma non si creda che con le sue dimissioni l’Italia migliori di colpo.
Alfano nuovo premier?
Ma che ha fatto, se non cercare di parare il culo al suo capo?
Casini?
Per carità! Ne ho piene le tasche di chi predica bene e razzola male.

Bersani? Non avrà mai la maggioranza per interventi tampone.
Tantomeno, per lo stesso motivo, Di Pietro.

Fini? E’ il più accreditato, al momento.

La lega non è neanche da prendere in considerazione.

Comunque sia, chi prenderà il posto di silvio troverà casse vuote e una miriade di emergenze.
Bene farebbe a eliminare le poltrone che silvio ha regalato.
A licenziare tutta la marmaglia che da lui prendeva poteri e favori.

Ed è un'illuso chi crede sia finita con silvio.
Sarà ancora lunga. Ora inizierà la battaglia dei miserabili, per un posto in poltrona.
Vedremo la carica degli udeur, psi, psdi, adc, e tutti i ratti che sono scappati dalla nave prima dell’affondo. Gente perbene, leale, che non era stata scritturata dal buon silvio….. Non mancheranno gli illustrissimi esponenti dell’innaffondabile e ineffabile DC.
E non mancheranno le pressioni esterne e non, usa russia cina europa mafia n'drangheta.....

Mai, come in questo governo al tramonto, si sono visti così tanti deputati e senatori non solo inutili, ma proprio deleteri per il nostro Paese.
Col loro malgoverno, con la loro pessima amministrazione dei nostri soldi, ci hanno portato alla rovina. E li vedremo nuovamente, non a elemosinare come le migliaia di senza lavoro che ogni giorno si presentano nei centri di accoglienza e sostentamento di tutt’Italia, ma li rivedremo a PRETENDERE ancora poltrone, ancora soldi, come fosse un diritto, una legge divina.

La maggioranza italiana sarà ancora così fessa da mantenerli ancora?

Lo chiedessero a me, la risposta è pronta, soltanto, prima mi metto gli scarponi.

venerdì, novembre 04, 2011

Trasparenza vs. Privacy

Ovvero, quanto la privacy ha contribuito alla bancarotta italiana?

C’è stato un tempo, un tempo così lontano che sembra siano passati secoli, in cui mi chiedevo come mai ci fosse una scarsa conoscenza delle istituzioni Afam, vere e proprie nicchie della cultura artistica in Italia. Nicchie importantissime, in un Paese tanto ricco di opere artistiche (comprendendo anche la musica). Verdi, Puccini, Vivaldi: chi, nel mondo intero, non li conosce? E poi Raffaello, Michelangelo, De Chirico, Marinetti. Per citarne solo alcuni. Artisti che hanno dato all’Italia lustro e onore, ancora oggi intatti, pur nell’opera demolitrice del Paese della politica governativa.
Non me lo chiedo più. Sarebbe tempo sprecato.
Non che la gente comune non sia a conoscenza dell’esistenza di istituti in cui si studia la musica o le arti figurative.
Ma se gli parli dell’Afam, boccheggiano, trasecolano, fan finta di capire; ma in realtà non sanno cosa sia.
L’Afam è un prodotto tutto italiano. Un marchio d.o.c., molto controllato.

In questo momento l’Italia sta vivendo una delle crisi peggiori del dopoguerra, una crisi moderna, dove in apparenza tutti stanno bene, nessuno muore di fame o di stenti, eppure siamo a un passo, anzi mezzo passo, dal baratro. La continua ruberia della politica ha portato il Paese al collasso.
Non c’è istituzione, ente pubblico, che non abbia all’interno delle mele marce, messe lì negli anni dalle contrattazioni elettorali. Le vicende di questi ultimi anni ne sono solo l’apice.
Per salvare il salvabile bisognerebbe cancellare tutto, specialmente i diritti acquisiti indebitamente dai politici italiani, come per esempio vitalizi milionari (in euro) a personaggi che hanno solamente malgovernato, che niente di utile hanno fatto per i cittadini, e a cui dobbiamo la precarietà del momento.
Tutti, ma proprio tutti, abbiamo avuto la nostra dose di esperienza di malgoverno, di cattiva amministrazione, di disorganizzazione mirata, appalti truccati, leggi ad personam, concorsi truccati o mirati all’assunzione di quella, e solo quella, persona. Case comunali “regalate” a politici e loro familiari e per contro persone indigenti costrette in baracche. Auto blu (oggi bianche) e autista a funzionari e dirigenti che già hanno un grasso stipendio e per contro continui aumenti dei mezzi pubblici per i comuni cittadini. Elargizioni alle scuole private e tagli a quelle pubbliche. Chi più ne ha più ne metta.
Un recente decreto finanziario prevedeva il taglio degli amministratori pubblici, consiglieri provinciali e regionali. Non so come sia andata nelle altre regioni italiane, ma qua, in Sardegna, si sono riuniti e hanno votato. Per legiferare che loro stanno bene tutti assieme. Perché si sarebbe fatta una discriminazione ingiusta: quale assessore? quale consigliere? Perché uno sì e l’altro no? Magari, con i tagli e relativo recupero di soldi, si sarebbe potuto potenziare la prevenzione e vigilanza degli incendi, che da qualche giorno hanno una recrudescenza, sebbene vi sia un’ordinanza che vieta in qualsiasi periodo dell’anno di appiccare fuoco per bruciare sterpaglie.
Dobbiamo tenerci i consiglieri e gli incendi.
Io, che sono una semplice cittadina pure ignorante, non trovo nessuna utilità né nei consiglieri né negli incendi.

Ci vorrebbe un nuovo risorgimento. Un colpo di spugna a cancellare tutti quei privilegi che da decenni stanno martoriando l’Italia, il nostro ex Bel Paese.
Si cerca di sconfiggere le baronie universitarie, che non hanno prodotto nulla di buono, ma bensì un fuggi fuggi di ricercatori verso altre Patrie più accoglienti sì, ma specialmente più democratiche.
Le baronie hanno consentito esami truccati e lauree facili, in cambio dello storno dei fondi verso tasche private, piuttosto che al miglioramento delle strutture e della formazione.
Che hanno fatto i vari ministri e sottosegretari per contrastare la situazione?
Hanno pensato a varie cose.
Prima di tutto a istituire i Revisori dei conti.
Poi ai Nuclei di valutazione.
Poi l’Autonomia.
E una struttura piramidale e tridua: un capo d’istituto, un responsabile per le finanze e uno per l’amministrazione.
Han fatto tutto ciò che era in loro potere per fare trasparenza e controllare con correttezza democratica e legislativa tutti gli istituti d’istruzione, nessuno escluso.
Poi hanno tolto qualsiasi potere di controllo ai sindacati: sono tollerati solo quelli istituzionalizzati, quelli che firmano qualunque cosa, sia a favore o contro i lavoratori.
Tanto che parlare di elezioni di rsu nella scuola, nell’afam o altra istituzione oggi fa ridere. Qualcuno vuole candidarsi alle prossime elezioni?

Ed eleggono pure il RLS, cioè il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza. Ma lo sanno, tutti quanti, in che stato sono gli istituti scolastici? E lo sanno che le leggi sulla sicurezza risalgono agli anni ’50? Siamo nel 2011.
Non si può certo pretendere la luna, ovvero l’abbattimento di tutti gli edifici fuori norma, cioè il 90% ca. Si deve certamente dare atto della buona volontà di qualcuno (leggasi fondi Cipe) se in Sardegna sono piovuti 300 milioni di euro da spendere per le infrastrutture universitarie, Afam compreso.
Ma non si parli di rls inutilmente, solo perché si tratta di un obbligo. Di certi obblighi se ne fa volentieri a meno, quando non c’è un’utilità vera per tutti. Come, per esempio, l’obbligo di indossare divise altamente infiammabili, che, diceva qualcuno, dovevano servire a rendermi visibile da parte degli studenti in caso di incendio. Blu. Chè si vedono meglio nel fumo d’un incendio.

Oggi, googolando, m’è capitato sott’occhio questo:
http://www.unams.it/Leggi_e_normative/Sentenze/Parere_Av.Stato_Bo.html

Riassumendo, significa che la legge sulla trasparenza non conta nulla.
Senza accusare alcuno, ma anzi, rendendo merito a chi fa le cose per bene gestendo i soldi correttamente, questa sentenza mi pare più una copertura per le amministrazioni allegre, per intenderci quelle che più s’avvicinano al modo di fare d’una parte dei politici italiani.
Contratti d’istituto fumosi, in cui si dice e non si dice, che riportano solo il fondo d’istituto ministeriale. Eppure quasi tutti gli istituti d’istruzione hanno altri fondi da cui pescare, pubblici e privati, per progetti, collaborazioni, consulenze, etc.
Di tutto questo il privato cittadino non può sapere nulla. Tutto secretato per il diritto alla privacy. Così non possiamo sapere perché nelle scuole mancano la carta igienica e le sedie sono tutte scassate, per contro si acquistano lavagne elettroniche. Non si capisce perché in alcuni istituti ai bidelli (collaboratori scolastici o coadiutori) venga fatta la formazione e organizzati e utilizzati al meglio delle loro capacità e giustamente retribuiti; in altre vengano lasciati nel limbo, sottopagati, disorganizzati, tagliati, screditati, come fossero gli autori del dissesto dell’istruzione pubblica.
In alcuni istituti vengono formate delle graduatorie pubbliche per il personale docente e non docente, in altri le graduatorie sono mirate a chi possiede “quel” titolo, e può essere uno soltanto; in altri ancora la chiamata è diretta.
Questa è l’autonomia scolastica.
Un grande casino, dove ognuno fa in coscienza quel che ritiene meglio.
L’Afam, poi, grazie alla riforma n. 538 del 1998, sempre lì lì a riformarsi, un giorno si adegua al comparto della scuola, e il giorno dopo a quello dell’università, su direttive ministeriali o su proprio tornaconto autonomo e molto privacy.

Però questo postino non avrei dovuto scriverlo, anche se dice poco o nulla. Perché le cose si sanno ma non si dicono. Se si dicono, quando si sanno, si può incorrere in sanzioni molto pesanti, financo al licenziamento. Messer Brunetta, taciturno ultimamente, ha dato potere ai dirigenti scolastici di vita e di morte sui dipendenti, dettando regole oscure sulle valutazioni, sulla meritocrazia. Chi fa domande, è un ficcanaso che s’arroga un diritto illecito e punibile di controllo che non gli spetta. Chi rifiuta di lavorare gratis o sottopagato o pagato malamente, è un lavativo, un bastian contrario, un guastatore, un anarco-comunista, un apportatore di degrado. Se poi instilla negli altri il dubbio, allora è la fine: mobbing, compiti sempre più pesanti e infine licenziamento.
Tutto questo, naturalmente, si applica a tutti i comparti.

Proprio così: gli statali sono fannulloni smisuratamente pagati. Conviene pararsi dietro alla privacy. Amen.

Nelle foto: il ministro Brunetta (da www.ilnichilista.wordpress.com) e il sottosegretario Pizza (da www.repubblica.it)