Un'immagine dell'incendio dell'estate 2009 in Sardegna.
Se tocchi un tasto “delicato” quale è la politica, c’è sempre qualcuno che cerca di zittirti con gli insulti.
“Non capisci niente…” è la frase che ricorre più spesso. A piacere, al posto dei puntini, si può aggiungere qualsiasi cosa: della sinistra, della destra, della Lega, della Sardegna, del Friuli, della Calabria o della mafia.
Un modo di fare che non è solo dei leghisti o dei fascisti, noti intolleranti, ma specialmente di chi si pone a sinistra. Eppure a sinistra dovrebbero esserci i democratici, o presunti tali.
Coloro, insomma, che si battono per la libertà di opinione, nonché di espressione.
Invece, spesso danno prova d’essere i più intolleranti, i più chiusi verso gli altri. Come mai? Le poche volte che si rendono disponibili è sotto le elezioni, quando cercano voti. Poi si dimenticano di te, elettore da consumo. Dispotici, alla Stalin: se sei dissenziente, ti mandiamo in un gulag. Che differenza c’è da un lager?
Non sono un’esperta sardista, e mi cospargo il capo di cenere recitando il mea culpa.
I leghisti hanno proposto un corso con esame finale sulla storia locale e il dialetto per chi, venendo da fuori, vuol prendere residenza da loro. Non è una cattiva idea. Si potrebbe applicarla anche in Sardegna.
Ma io credo, è solo una mia opinione inutile quanto qualunquista, che il corso dovrebbero farlo anche tanti sardi…
In specie, quelli che vedono negli investitori lombardo-veneti i salvatori della Sardegna, profondi conoscitori della realtà territoriale e gli consegnano tutto: soldi, imprese, lavoratori.
Poi, quelli che non riescono a dire di no alle direttive imposte dagli organi centrali di Roma, Milano e Bologna, che non tengono conto delle differenze peculiari, ma utilizzano statistiche nazionali.
Infine, quelli senza domande, ignari della loro storia, consapevoli solo di poter avere di più o di meno da questo o da quello. La plebe, insomma, quella a cui se parli degli incendi dell’estate 2009 risponde con una frustrante alzata di spalle a quel che è considerato un male cronico e ormai un tratto caratteristico della Sardegna. Per me, che vengo da fuori, è stato uno choc, al pari del terremoto del 1976. Con la differenza che il terremoto è un cataclisma naturale.
Da una parte c’è la necessità di capire e di farsi capire, dall’altra la volontà di pochi su molti di zittire, d’intimorire, quasi abbiano la necessità urgente di mantenere i privilegi. Se non sei con noi sei contro di noi…
Io sto dalla parte della Sardegna: vivo qui e mi sembra un’ovvietà, invece serve farne un proclama.
Renato Soru salvatore della Sardegna? Beato chi ci crede. Il suo governo ha emesso alcune buone leggi, come la Salvacoste e la tassa sul lusso prontamente abolita dal fido Cappellacci. Sarà pure una brava persona, ne sono certa e non ho alcun dubbio al riguardo. Ma non è riuscito, nei suoi anni di governo, a risollevare le sorti della Sardegna. E’ un fatto che la Sardegna stava male prima, ed è moribonda oggi.
Non piace lo si dica? Proprio qui sta il punto.
La Sardegna non ha bisogno d’un guaritore, ma di un risveglio collettivo e non sarà certo tappando la bocca a chi ha un’opinione che ciò si potrà realizzare (sardo, siciliano o friulano che sia).

















