Alle solite. Il 25 aprile, giornata dedicata alla liberazione dell’Italia dall’oppressione nazi-fascista, se ne sentono ogni anno delle belle. Alcuni politici somigliano sempre più ai miei peggiori colleghi: bidelli sempre pronti a dare la colpa a qualcun’altro quando qualcosa va storto; e sempre pronti a prendersi riconoscimenti quando va bene pur senza merito alcuno. L’importante è intascare, qualunque cosa sia. L’importante è dividere la torta del momento. Così Formigoni, bidello accattone della politica, anche lui in piazza il 25 aprile, se ne esce dicendo che “La Resistenza non è stata opera di una parte sola, e sbagliano quelli che hanno voluto mostrare una Resistenza figlia di una sola parte perché questo ha portato divisione”. Ormai i partigiani sono ridotti all’osso a causa dell’età, i prigionieri politici del ventennio ugualmente. Perché l’avesse detto davanti a loro, faccia tosta di bronzo, si sarebbe preso un calcio nel sedere. Così La Russa, che prima definisce i partigiani dei banditi, poi, quando c’è una torta da spartire, non ha vergogna alcuna a cambiare immediatamente versione: una vera banderuola. E’ come a scuola, quando ti dicono che applicare il contratto, le leggi, non serve perché siamo una unica, grande famiglia, e intanto ti fregano con ogni mezzo. Sarebbe bene cominciare a fare dei distinguo.
domenica, aprile 26, 2009
sabato, aprile 25, 2009
Donne della Resistenza: le Portatrici Carniche
I scarpets di Delia
Delia aveva 17 anni, lunghi capelli castani che raccoglieva in una treccia, arrotolata sulla sommità del capo. A lei sarebbe piaciuto tenerli sciolti, ma l’usanza era quella e non poteva disobbedire. Stava seduta accanto alla finestra intrecciando foglie di granoturco con cui avrebbe fatto le sue scarpette. Aveva già preparato la tomaia in panno verde, ricamata con rose rosse e gialle e sarebbero state pronte per il suo compleanno, il mese successivo. Dalla finestra vide sua madre tornare dal paese con la gerla vuota: buon segno. Significava che aveva venduto tutto e sicuramente portava con sè qualche dolcetto per lei e il fratello. Corse ad aprirle la porta. Sua madre era buona con lei e gentile con tutti, ma ora era sempre triste e taciturna, a causa del papà e di suo fratello maggiore, che, avendo aderito alla brigata dei partigiani, ora erano nascosti sulle montagne.
«Mandi, Delia», la salutò la mamma.
«Mandi, mame», le rispose.
«Indulà j-sal Toni?», chiese del figlio piccolo.
«Al duâr te cune».
«Ai bisugne di sentami, soi propi strache».
La madre si accomodò sulla panca accanto al fogolâr, e prese nelle sue le mani di Delia.
«T’ài dît tantis voltis di lassà stà il scus. I scarpets tai fâs jo».
«Tu, tu âs di fâ alc di plui impuartant».
«Ce ài di fâ, mame?», domandò Delia.
«Mi àn fat savê che i nestris omps àn bisugne di medisinis e di provisions e cheste volte tocje a ti, di là, fin ale baite di Mirko, dopo malghe Promôs. Lì tu cjatarâs qualchi dun che ti puartarà da to pari.».
«O voi contente, mame».
«Lu sai, ma al è pericolôs. Tu âs di sta atènte, e no fâ le strade sterade».
«Starai atènte, mame. No è le prime volte co’ vai».
«Tu âs di là vie subide, lis medisinis son urgènts».
Era già passata l’ora di pranzo e ci sarebbero volute sei ore per arrivare alla baita. Ci sarebbe arrivata di notte, ma Delia non aveva paura del buio e conosceva i sentieri della montagna quanto le stanze della loro piccola casa.
Si vestì per uscire, la mamma l’aiutò a mettere la gerla sulle spalle e l’accompagnò fuori
Si salutarono con un lungo abbraccio. La mamma aveva sempre paura, ogni volta che andava dai partigiani nascosti sulle montagne, e il suo era un timore fondato: in giro c’erano bande di fascisti e di tedeschi che cercavano i loro uomini e bisognava stare attenti anche alle spie, che vendevano informazioni per farsi un po’ di soldi.
Per prima cosa andò a Casali Raut, dove la Gina le riempì la gerla di tutto il necessario. Pesava, ma Delia non era solo bella, era anche forte. Poi via, verso il Pal Grande.
Lungo la strada si fermò una volta soltanto: aveva visto dei gigli bianchi e li aveva raccolti per portarli a suo papà e a suo fratello. Al ritorno, ne avrebbe raccolti altri per la mamma.
Arrivò alla malga Pramosio mentre stavano cenando. Erano in tanti. Alcuni erano facce nuove che non aveva mai visto. Salutò Renzo, che le veniva incontro.
«Mandi, Delia».
Renzo, che aveva sposato la sorella maggiore della mamma, era vedovo da ormai tanti anni che lei non sapeva più se chiamarlo ancora zio oppure no.
«Ven a manğhâ cun nô. Tu sarâs strache e un pôc di pause no ti fâs mâl».
Avevano quasi tutti finito e lei prese posto vicino a un’anziana che sorseggiava un bicchiere di grappa. C’era minestra di orzo con ricotta affumicata e Delia ne prese un gran piatto. Stava portando il cucchiaio alla bocca, quando sentì urlare alle sue spalle, e si voltò impaurita, facendo cadere tutta la minestra.
Quelli nuovi, quelle facce sconosciute, avevano imbracciato i fucili e stavano radunando tutti contro il muro della malga. Uno di loro venne a prendere lei e l’anziana, gettandole fra gli altri. Delia si chinò a terra, chiuse gli occhi e pensò ai suoi scarpets ricamati a grandi fiori rossi e gialli che non avrebbe messo mai più. In cuor suo li regalò alla mamma, le mandò un bacio, e il viso si rigò di lacrime.
gz.
da: http://www.donneincarnia.it/ieri/zonalibera.htm
21 luglio 1944 - Una banda di S.S. travestita da partigiani apparve improvvisamente nella malga di Passo Pramosio a nord di Paluzza, in Carnia. Scambiati per garibaldini ebbero buona accoglienza, ristoro e cibo: ricambiarono l'ospitalità trucidando tutti i pastori e gli altri civili presenti e, scendendo a valle, uccisero tutte le persone che incontrarono.
Il giorno successivo, provenendo da Tolmezzo, un'autocolonna con oltre 300 S.S. italiane e tedesche, di cui una parte travestite da partigiani, piombò su Paluzza. Ad esse si unirono i falsi garibaldini dell'eccidio di Malga Pramosio, e tutti insieme infierirono ferocemente e lungamente contro la popolazione rubando, percuotendo, prelevando uomini e averi.
La colonna scese poi verso Tolmezzo. Al ponte di Sutrio l'ultima fase della tragedia: raggruppati i civili che avevano preso in ostaggio a Paluzza, li finirono a pugnalate insieme ad altri civili di Sutrio. Altri morti infine, segnarono la strada del ritorno delle S.S. verso Tolmezzo.
Questa efferata azione ebbe il tragico bilancio di 52 vittime tra la popolazione civile.
Delia aveva 17 anni, lunghi capelli castani che raccoglieva in una treccia, arrotolata sulla sommità del capo. A lei sarebbe piaciuto tenerli sciolti, ma l’usanza era quella e non poteva disobbedire. Stava seduta accanto alla finestra intrecciando foglie di granoturco con cui avrebbe fatto le sue scarpette. Aveva già preparato la tomaia in panno verde, ricamata con rose rosse e gialle e sarebbero state pronte per il suo compleanno, il mese successivo. Dalla finestra vide sua madre tornare dal paese con la gerla vuota: buon segno. Significava che aveva venduto tutto e sicuramente portava con sè qualche dolcetto per lei e il fratello. Corse ad aprirle la porta. Sua madre era buona con lei e gentile con tutti, ma ora era sempre triste e taciturna, a causa del papà e di suo fratello maggiore, che, avendo aderito alla brigata dei partigiani, ora erano nascosti sulle montagne.
«Mandi, Delia», la salutò la mamma.
«Mandi, mame», le rispose.
«Indulà j-sal Toni?», chiese del figlio piccolo.
«Al duâr te cune».
«Ai bisugne di sentami, soi propi strache».
La madre si accomodò sulla panca accanto al fogolâr, e prese nelle sue le mani di Delia.
«T’ài dît tantis voltis di lassà stà il scus. I scarpets tai fâs jo».
«Tu, tu âs di fâ alc di plui impuartant».
«Ce ài di fâ, mame?», domandò Delia.
«Mi àn fat savê che i nestris omps àn bisugne di medisinis e di provisions e cheste volte tocje a ti, di là, fin ale baite di Mirko, dopo malghe Promôs. Lì tu cjatarâs qualchi dun che ti puartarà da to pari.».
«O voi contente, mame».
«Lu sai, ma al è pericolôs. Tu âs di sta atènte, e no fâ le strade sterade».
«Starai atènte, mame. No è le prime volte co’ vai».
«Tu âs di là vie subide, lis medisinis son urgènts».
Era già passata l’ora di pranzo e ci sarebbero volute sei ore per arrivare alla baita. Ci sarebbe arrivata di notte, ma Delia non aveva paura del buio e conosceva i sentieri della montagna quanto le stanze della loro piccola casa.
Si vestì per uscire, la mamma l’aiutò a mettere la gerla sulle spalle e l’accompagnò fuori
Si salutarono con un lungo abbraccio. La mamma aveva sempre paura, ogni volta che andava dai partigiani nascosti sulle montagne, e il suo era un timore fondato: in giro c’erano bande di fascisti e di tedeschi che cercavano i loro uomini e bisognava stare attenti anche alle spie, che vendevano informazioni per farsi un po’ di soldi.
Per prima cosa andò a Casali Raut, dove la Gina le riempì la gerla di tutto il necessario. Pesava, ma Delia non era solo bella, era anche forte. Poi via, verso il Pal Grande.
Lungo la strada si fermò una volta soltanto: aveva visto dei gigli bianchi e li aveva raccolti per portarli a suo papà e a suo fratello. Al ritorno, ne avrebbe raccolti altri per la mamma.
Arrivò alla malga Pramosio mentre stavano cenando. Erano in tanti. Alcuni erano facce nuove che non aveva mai visto. Salutò Renzo, che le veniva incontro.
«Mandi, Delia».
Renzo, che aveva sposato la sorella maggiore della mamma, era vedovo da ormai tanti anni che lei non sapeva più se chiamarlo ancora zio oppure no.
«Ven a manğhâ cun nô. Tu sarâs strache e un pôc di pause no ti fâs mâl».
Avevano quasi tutti finito e lei prese posto vicino a un’anziana che sorseggiava un bicchiere di grappa. C’era minestra di orzo con ricotta affumicata e Delia ne prese un gran piatto. Stava portando il cucchiaio alla bocca, quando sentì urlare alle sue spalle, e si voltò impaurita, facendo cadere tutta la minestra.
Quelli nuovi, quelle facce sconosciute, avevano imbracciato i fucili e stavano radunando tutti contro il muro della malga. Uno di loro venne a prendere lei e l’anziana, gettandole fra gli altri. Delia si chinò a terra, chiuse gli occhi e pensò ai suoi scarpets ricamati a grandi fiori rossi e gialli che non avrebbe messo mai più. In cuor suo li regalò alla mamma, le mandò un bacio, e il viso si rigò di lacrime.
gz.
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L’eccidio di Malga Pramosioda: http://www.donneincarnia.it/ieri/zonalibera.htm
21 luglio 1944 - Una banda di S.S. travestita da partigiani apparve improvvisamente nella malga di Passo Pramosio a nord di Paluzza, in Carnia. Scambiati per garibaldini ebbero buona accoglienza, ristoro e cibo: ricambiarono l'ospitalità trucidando tutti i pastori e gli altri civili presenti e, scendendo a valle, uccisero tutte le persone che incontrarono.
Il giorno successivo, provenendo da Tolmezzo, un'autocolonna con oltre 300 S.S. italiane e tedesche, di cui una parte travestite da partigiani, piombò su Paluzza. Ad esse si unirono i falsi garibaldini dell'eccidio di Malga Pramosio, e tutti insieme infierirono ferocemente e lungamente contro la popolazione rubando, percuotendo, prelevando uomini e averi.
La colonna scese poi verso Tolmezzo. Al ponte di Sutrio l'ultima fase della tragedia: raggruppati i civili che avevano preso in ostaggio a Paluzza, li finirono a pugnalate insieme ad altri civili di Sutrio. Altri morti infine, segnarono la strada del ritorno delle S.S. verso Tolmezzo.
Questa efferata azione ebbe il tragico bilancio di 52 vittime tra la popolazione civile.
Tornano i soldi alla Maddalena
Per festeggiare degnamente il 25 aprile, il nostro buon cavaliere, indossati momentaneamente i panni di mago Merlino, ha moltiplicato i trenta denari delle casse erariali. Ora i soldi ci sono per tutti: per il fido cappellacci, che così potrà completare il grande luna park della Maddalena; per la fiat, che si comprerà la Opel e l'intera GM, mantenendo i dipendenti in cassa integrazione; per L'Aquila, che sarà ricostruita entro l'inverno; e per le grandi imprese crediti a flusso torrentizio.Che vogliamo di più?
venerdì, aprile 24, 2009
Uno schiaffo alla Sardegna
Il fido Cappellacci è sorpreso. Gli amministratori galluresi reagiscono duramente allo “scippo” perpetrato a loro danno dalla decisione del cavaliere di spostare il G8 dalla Maddalena a L’Aquila. I cecchini dislocati sull’isola già pregustano le ferie anticipate. La Marcegaglia s’appresta a spostare gli appalti immobiliari dall’Isola all’Abruzzo. Dispiaciuti per la perdita della vacanza in Sardegna, i no-global ripongono i costumi da bagno e preparano zaini e picozze per l’invasione del Gran Sasso. I più irriducilibi contano sulla probabilità d'una scossetta sismica sotto la caserma che ospiterà il Summit.
E i semplici cittadini sardi, che ne pensano? Sono angustiati quanto la Marcegaglia e gli altri costruttori continentali per la perdita d’un grasso affare? Ridare lusso e lustro alla Maddalena dopo averla "bonificata", tralasciando la messa in sicurezza se non il completamento della 131 era, per fare un esempio, più importante? Per una volta che il cavaliere ne combina una buona, si stracciano le vesti. Io, da cittadina italiana e sarda, sono ben contenta che se ne vadano tutti a L’Aquila. E che ci restino. Con sommo dispiacere per gli abruzzesi.
E i semplici cittadini sardi, che ne pensano? Sono angustiati quanto la Marcegaglia e gli altri costruttori continentali per la perdita d’un grasso affare? Ridare lusso e lustro alla Maddalena dopo averla "bonificata", tralasciando la messa in sicurezza se non il completamento della 131 era, per fare un esempio, più importante? Per una volta che il cavaliere ne combina una buona, si stracciano le vesti. Io, da cittadina italiana e sarda, sono ben contenta che se ne vadano tutti a L’Aquila. E che ci restino. Con sommo dispiacere per gli abruzzesi.
giovedì, aprile 23, 2009
Dubbi e convinzioni
Di nuovo, ieri sera, parlavano del maremoto che per un'ora ha fatto tremare Porto Torres circa due anni fa, con epicentro a 15 chilometri dalla costa. A differenza della volta precedente, ora pare che tutti i colleghi sardi l'abbiano sentito, chi più chi meno. Si è aggiunta anche una profonda e lunga spaccatura, non si sa bene dove, nella crosta terrestre, ancora allo studio degli esperti sismologi.
Col beneficio del dubbio e perché ho avuto due volte la casa spaccottata dal terremoto, mi chiedo se sia una notizia vera o infondata. Ho cercato sui siti che si occupano di geologia, vulcanologia e terremoti vari, senza successo. L'ultimo evento sismico registrato è stato circa tre anni fa al largo di Capo Spartivento nel marzo 2006, accomunato però alla notizia dell'esplosione in mare di una nave. Tutti gli altri "terremoti" sarebbero operazioni più o meno lecite e coperte della Nato.
Restando nel dubbio che sia vero o si tratti di una psicosi collettiva, mi chiedo se qualcuno, leggendo queste righe, possa lasciarmi notizie certe su questo misterioso evento tellurico.
Col beneficio del dubbio e perché ho avuto due volte la casa spaccottata dal terremoto, mi chiedo se sia una notizia vera o infondata. Ho cercato sui siti che si occupano di geologia, vulcanologia e terremoti vari, senza successo. L'ultimo evento sismico registrato è stato circa tre anni fa al largo di Capo Spartivento nel marzo 2006, accomunato però alla notizia dell'esplosione in mare di una nave. Tutti gli altri "terremoti" sarebbero operazioni più o meno lecite e coperte della Nato.
Restando nel dubbio che sia vero o si tratti di una psicosi collettiva, mi chiedo se qualcuno, leggendo queste righe, possa lasciarmi notizie certe su questo misterioso evento tellurico.
mercoledì, aprile 22, 2009
Un caso di coscienza
Si tratta di un lavoraccio: flora, fauna e paesaggi sardi. Ho cominciato con la Flora, un campo vastissimo (ed ora mi rendo conto di quanti errori madornali ho fatto in passato prendendo una pianta per un'altra, a causa di alcune rassomiglianze... ) e il beneamato, comprendendo quale "appento" mi sia presa, sta pensando di propormi per una laurea "honoris causa" in botanica!
Vabbè!...
La foto in alto era stata fatta ad un fiore, nell’oliveto. A casa, la scoperta della piccola curiosa affacciata sopra un petalo. Forse una moschina, o una mantide. O magari un’Ameles appena nata. Immagino lo stupore di questo piccolo esserino, nel vedere avvicinarsi un grosso cerchio nero lucente...
Pare che i miei piccoli amici abbiano un cervello tanto piccolo quanto inutile, anzi, che non siano dotati d’intelligenza, ma solamente di centri nervosi che comandano i sensi e le conseguenti azioni. Quello che ci differenzia da loro sarebbe, in definitiva, la coscienza.
Eppure, ci trovo più coscienza e coerenza in una cavalletta o in una moschina, che nella maggioranza del genere umano.
Rileggendo i vecchi post mi accorgo di dire sempre le stesse cose, anche se su argomenti diversi. Parole scritte inutilmente, che cadono nel vuoto, nell’oblio dell’incoscienza umana. Puoi ben dire che la Terra è un pianeta che gira attorno al Sole... la maggioranza degli italiani dirà che la Terra è il centro dell’Universo e tutto gli ruota attorno. Siamo regrediti ai tempi di Galileo. Tra pochi giorni è il 25 aprile e uno dei nostri ministri se ne viene fuori affermando che i partigiani erano solamente dei banditi. Forse avrebbe preferito una terra dominata dalle SS e dalle camicie nere, e chissà che lui stesso non avrebbe conosciuto l’olio di ricino o un campo di concentramento. Intanto è iniziata la campagna elettorale per le poltrone al parlamento europeo. Non so proprio chi scegliere, tra veline, magna-magna e buontemponi. Eppure una parte di questi si beccheranno migliaia di euro ogni mese senza che a me ne verrà alcun beneficio. E non mi vengano a dire il contrario! Per non parlare della pubblica amministrazione.... Nella trasmissione tv Report hanno riportato il caso della Dsga trasferita perché voleva indagare sul caso dei dipendenti malati e allo stesso tempo presenti in servizio. Un caso? Io direi una normalità. Casi così ce ne sono a migliaia, e tutti fingono di non vederli, salvo indignarsi quando viene riportato dai media. Il mobbing è una prassi ormai consolidata nella PA, e non è certamente un caso che il ministro per le pari opportunità non ne parli mai, non l’abbia preso in considerazione nelle sue “linee programmatiche”. Nella PA, e intendo tutta la PA, istituzioni scolastiche in primis, succede di tutto e di più, inutile scandalizzarsi per questa ovvietà. Le cariche più alte al 99 per cento sono “politiche” e la conseguenza è appunto la più ovvia: un grande casino. Invece di cercare di porre rimedio in questa grande famiglia, i governi si susseguono nel coprire tutti i misfatti, o, come in questo attuale, di fare fumo per raccogliere voti tra i lavoratori privati, da sempre invidiosi o esacerbati dai continui disservizi. Il ministro dice che siamo dei fannulloni. Bene, cominci a licenziare tutti quelli che ricoprono un ruolo in virtù dell’appartenenza a un clan familiare o mafioso. Resteremmo quanto meno dimezzati, ma forse ne varrebbe la pena.... Il ministro dice che le signore statali la devono smettere di fare la spesa in orario di servizio. Ma i sindacati insorgono, difendendo “a prescindere” le signore, senza accorgersi che il ministro stava gettando nuovo fumo, per risollevare il suo personale gradimento tra il popolino italiano. In quei giorni mi sono chiesta se i sindacati non abbiano avuto vergogna d’una tale dimostrazione di scorrettezza. Da donna, da statale, devo forse ricordare loro che lavoriamo mezza giornata, e che la mezza restante è tutta a nostra disposizione, spesa compresa? Quando lavoravo nell’industria, con orario dalle 8 alle 17 (quando andava bene), non mi passava nemmeno nell’anticamera del cervello di uscirmene per comprare il pane e il latte. Nè a tutte le altre donne presenti in fabbrica. Eppure avevamo tutte una famiglia, mangiavamo regolarmente, e trovavamo il tempo di farci pure una passeggiata!
Quand’è che i sindacati insorgeranno compatti contro le pratiche del mobbing? Perché, sissignori!, negli stessi comparti, istituzioni, uffici, c’è chi, in orario di lavoro e magari di straordinario, se ne va a fare la spesa con la scusa che è donna, che tiene famiglia, e altri sono tallonati a vista dalla dirigenza perché vanno controcorrente, vorrebbero le cose giuste, i conti giusti..., guai se si spostano minimamente per un caffè o una mezza sigaretta, indifesi dagli stessi sindacati, e per avere un “minimo” di giustizia devono rivolgersi ad un avvocato, con pratiche lunghe anni, e spesso senza soddisfazione perché anche la giustizia troppo spesso è “politica”. Nella PA la giustizia, l’equità, la meritocrazia (di cui tanto si riempiono la bocca i nostri ministri) è un’utopia. Per la mancanza, appunto, di coscienza.
martedì, aprile 07, 2009
L'argomento del giorno
Domenica notte un forte terremoto ha colpito l’Abruzzo, con centinaia di morti e migliaia di sfollati, ed ovviamente nella giornata di ieri era l’argomento di conversazione più quotato. Raccontavo del sisma del 1976, e di altri negli anni successivi, meno forti e senza troppi danni, ma sempre spaventosi. Infine, mi piaceva l’idea che, almeno per i terremoti, la Sardegna ne fosse immune. Ma come per ogni cosa, è arrivata puntuale la smentita. Secondo uno degli interlocutori (che non vuole mai essere da meno e fa a gara con tutti per chi ce l’ha più grande, più bello, più brutto), qualche anno fa c’è stato un terremoto, con epicentro in mare, che ha fatto tremare Porto Torres per almeno un’ora! (Un’ora? Ma avrebbe distrutto l’intera isola). S’è poi accodata un’altra, portando a riprova un terremoto registrato a Cagliari nel 2006. Per continuare che tutti, in una occasione o l’altra, avevano sentito piccole scosse sismiche....
Io mi meraviglio, perdo una certezza, o, mai come in questo caso, mi manca la terra sotto i piedi... Eppure è noto, risaputo da tutti che la Sardegna è l’unica regione italiana indenne dai terremoti, tanto che “qualcuno” pensa di fare qua le inutili centrali nucleari. Possibile che tutti si siano sbagliati? Io vorrei replicare, anche se nulla è impossibile e potrebbe trattarsi di una falla nella mia conoscenza dei terremoti. Ma no. Il portotorrese è fermo nella sua convinzione, d’altronde ha sentito pure un terremoto un giorno ch’era a Roma (e che c’entra?).
Sono tornata dal lavoro molto tardi, ma il pensiero di risentire quel tremore accompagnato da un rombo; il ricordo ancora vivo di non riuscire a camminare perché il pavimento si alzava e abbassava, oppure tremava; il fracasso di quadri, libri, stoviglie mentre cadevano a terra; i muri che si aprivano squarciandosi; le urla di terrore.... Ho chiesto a Franz di questi terremoti in terra sarda. Lui s’è messo a ridere e mi ha spiegato i fatti.
Nel primo caso, si trattava di un sommergibile nucleare americano finito contro una secca. Nel secondo, di una nave esplosa in mare. Le altre piccole scosse, qualche maremoto o una bombola di gas.
Un sospiro di sollievo? Si e no. Sì perché mi sento un po’ più tranquilla, anche se... non si può mai dire. No, perché mi sento un’infelice. Non c’è possibilità d’un discorso serio, logico, coerente. Ore vuote passate in chiacchiere inutili quando false per ignoranza e stupidità. La “saccenteria” di chi interferisce nei discorsi altrui senz’arte n’è parte, forte solo del fatto d’avere un pezzo di carta in più, mi fa star male, mi rende infelice. In che mondo viviamo? Se non si conosce nemmeno la propria terra, quali sono le prospettive per un futuro migliore? Ci può essere un dialogo serio, critico, per cambiare il nostro stato? Così no. E non è che per gli altri argomenti, quali che siano, l’epilogo sia diverso... Vabbè, oggi è un’altro giorno. Ma sarà uguale a quello di ieri, con l’unica prospettiva di chiacchiere inutili, oppure di ascolto imbarazzato, quando gli altri parlano di quanto sono bravi e fighi i concorrenti di Amici. Sigh!
Io mi meraviglio, perdo una certezza, o, mai come in questo caso, mi manca la terra sotto i piedi... Eppure è noto, risaputo da tutti che la Sardegna è l’unica regione italiana indenne dai terremoti, tanto che “qualcuno” pensa di fare qua le inutili centrali nucleari. Possibile che tutti si siano sbagliati? Io vorrei replicare, anche se nulla è impossibile e potrebbe trattarsi di una falla nella mia conoscenza dei terremoti. Ma no. Il portotorrese è fermo nella sua convinzione, d’altronde ha sentito pure un terremoto un giorno ch’era a Roma (e che c’entra?).
Sono tornata dal lavoro molto tardi, ma il pensiero di risentire quel tremore accompagnato da un rombo; il ricordo ancora vivo di non riuscire a camminare perché il pavimento si alzava e abbassava, oppure tremava; il fracasso di quadri, libri, stoviglie mentre cadevano a terra; i muri che si aprivano squarciandosi; le urla di terrore.... Ho chiesto a Franz di questi terremoti in terra sarda. Lui s’è messo a ridere e mi ha spiegato i fatti.
Nel primo caso, si trattava di un sommergibile nucleare americano finito contro una secca. Nel secondo, di una nave esplosa in mare. Le altre piccole scosse, qualche maremoto o una bombola di gas.
Un sospiro di sollievo? Si e no. Sì perché mi sento un po’ più tranquilla, anche se... non si può mai dire. No, perché mi sento un’infelice. Non c’è possibilità d’un discorso serio, logico, coerente. Ore vuote passate in chiacchiere inutili quando false per ignoranza e stupidità. La “saccenteria” di chi interferisce nei discorsi altrui senz’arte n’è parte, forte solo del fatto d’avere un pezzo di carta in più, mi fa star male, mi rende infelice. In che mondo viviamo? Se non si conosce nemmeno la propria terra, quali sono le prospettive per un futuro migliore? Ci può essere un dialogo serio, critico, per cambiare il nostro stato? Così no. E non è che per gli altri argomenti, quali che siano, l’epilogo sia diverso... Vabbè, oggi è un’altro giorno. Ma sarà uguale a quello di ieri, con l’unica prospettiva di chiacchiere inutili, oppure di ascolto imbarazzato, quando gli altri parlano di quanto sono bravi e fighi i concorrenti di Amici. Sigh!
lunedì, aprile 06, 2009
Le strade cittadine a Sassari
Via degli Astronauti, viadotto don Luigi Sturzo, Via Gallura, Via Marghinotti, Via Sorso, Via Bogino, Ponte Rosello, Corso Trinità, Corso Vico, Via Predda Niedda Nord, Via XXV Aprile, Via Piazza d’Armi, Viale Dante... Sono solo alcune delle strade sassaresi, fra le più trafficate della città.
Poco tempo fa, il 23 febbraio 2009, facevo un post sulla rattoppamento stradale in atto a Sassari, augurandomi finalmente di avere belle strade. Illusa! Un rattoppo, infatti, è stato fatto nella zona tra Ponte Rosello e Viale Umberto I, di fronte al fantomatico parcheggio del mercato; e il resto della città è rimasto una groviera. Buchi, fossi, tombini abbassati, griglie traballanti, asfalto asportato a strati. Non c’è una strada in cui non si debba fare lo slalom per non sentire il botto della buca! I soliti dicono che “è colpa della conformità geologica del terreno”. Io, al solito, dico che è cattiva amministrazione, mancanza di controlli, economie sbagliate. E meno male che la giunta è di centro-sinistra!!!
Poco tempo fa, il 23 febbraio 2009, facevo un post sulla rattoppamento stradale in atto a Sassari, augurandomi finalmente di avere belle strade. Illusa! Un rattoppo, infatti, è stato fatto nella zona tra Ponte Rosello e Viale Umberto I, di fronte al fantomatico parcheggio del mercato; e il resto della città è rimasto una groviera. Buchi, fossi, tombini abbassati, griglie traballanti, asfalto asportato a strati. Non c’è una strada in cui non si debba fare lo slalom per non sentire il botto della buca! I soliti dicono che “è colpa della conformità geologica del terreno”. Io, al solito, dico che è cattiva amministrazione, mancanza di controlli, economie sbagliate. E meno male che la giunta è di centro-sinistra!!!
domenica, aprile 05, 2009
La Cgil a Roma senza l'Afam
Ieri uno dei docenti stava quasi a rimbrottare il fatto che non ero alla manifestazione di Roma. In tono benevolo s’intende, poiché anche lui era al lavoro come me. Ma sua moglie era andata, e lo diceva con fierezza, con tono molto orgoglioso. Io invece.... Ma ognuno ha i suoi problemi, e non era opportuno, per me e il beneamato, partecipare alla manifestazione.
Mi ha chiesto poi com’era andato lo sciopero del 18 marzo. Risposta: lei, il suo collega, ed io. E quello precedente? Il suo collega, lei, ed io. Un attimo di smarrimento. Poi si chiede se noi tre siamo i più deficienti o se i deficienti siano gli altri. Alza il tono di voce protestando sul fatto, ormai indiscusso, che alla gente, alla maggioranza della gente, ormai manca la coscienza. Non hanno più interesse ai temi sociali, dico io, a meno che non ne siano toccati personalmente ed anche quella volta non percepiscono che il loro bene individuale è rapportato al benessere comune. Tralasciando i problemi personali che uno può avere in determinate occasioni, avessi partecipato alla manifestazione romana, al ritorno al lavoro mi sarei posta la titanica domanda: “ma chi me l’ha fatto fare?”.
Non sono precaria e non ho un licenziamento in vista. Il mio contratto di lavoro è scaduto da anni e lo stipendio è sotto la media di quello portato al tavolo della contrattazione dall’Aran: 34.490 euro l’anno mediamente percepito dai lavoratori Afam. Ne prendo molto meno della metà, lordi. Ma sono persona di poche necessità. Lo facevo bastare a Bologna, con un affitto di 400 euro mensili su uno stipendio di 848 al netto. Non mi vesto alla moda, non gioco al lotto, ho una casa sgarruppata in affitto senza riscaldamento e non vado in vacanza in grandi alberghi, anzi, non ci vado proprio.
Chi me lo fa fare di scioperare e di manifestare per quattro scalcagnati precari che passano il loro tempo dicendo signorsì a qualunque prevaricazione purché possano far colazione in comunella fra chiacchiere e biscotti? S’è visto com’è andata la riunione di comparto: eravamo in tre. Tre briganti o tre somari? E la riunione tra coadiutori? A pesci in faccia alla sottoscritta, addirittura da tesserati cgil, per arrivare a ciò che sono capaci di fare: un nulla di fatto. Quando c’è l’avviso di uno sciopero, tutti a parlarne, a riempirsi la bocca con le motivazioni, giustissime: i salari sono bassi, non c’è mobilità intercompartimentale, il futuro è incerto, i dirigenti in conferenza vogliono eliminarci (non l’hanno neanche mai letta)... Però poi tutti tengono famiglia e 40 euro di trattenuta sono troppi per chiunque, meno che per me che vivo d’aria. E poi son convinti che la dirigenza annoti in un libro nero chi sciopera e chi no, creando disagio nello scorrere lieto delle giornate scolastiche (sic!).
Vorrei essere rassicurata, dal sindacato che si fa sentire solo quando insisto. Dalla rsu che fa finta di nulla e si tiene a debita distanza, per timidezza, o forse più per timore. Che valenza può avere il mio sciopero, se nessuno se ne accorgerà? Uno, non fa differenza. Uno, è solo una pecora nera.
La coscienza che questi stessi colleghi, nessuno escluso, si rivolgono alle organizzazioni sindacali per farsi compilare le domande, per verificare il posto in graduatoria e intentare cause quando c’è uno più incozzato di loro, insomma che per questa maggioranza silente e accondiscendente il sindacato serve solo per le pratiche burocratiche e null’altro, mi disgusta.
Caro il mio docente compagno di scioperi, la gente non ha più coscienza? Hanno la coscienza del proprio personalissimo tornaconto. Alle manifestazioni ci vadano gli altri: loro si tengono i 40 euro, i sorrisi dei dirigenti e una bella divisa da balilla.
Mi ha chiesto poi com’era andato lo sciopero del 18 marzo. Risposta: lei, il suo collega, ed io. E quello precedente? Il suo collega, lei, ed io. Un attimo di smarrimento. Poi si chiede se noi tre siamo i più deficienti o se i deficienti siano gli altri. Alza il tono di voce protestando sul fatto, ormai indiscusso, che alla gente, alla maggioranza della gente, ormai manca la coscienza. Non hanno più interesse ai temi sociali, dico io, a meno che non ne siano toccati personalmente ed anche quella volta non percepiscono che il loro bene individuale è rapportato al benessere comune. Tralasciando i problemi personali che uno può avere in determinate occasioni, avessi partecipato alla manifestazione romana, al ritorno al lavoro mi sarei posta la titanica domanda: “ma chi me l’ha fatto fare?”.
Non sono precaria e non ho un licenziamento in vista. Il mio contratto di lavoro è scaduto da anni e lo stipendio è sotto la media di quello portato al tavolo della contrattazione dall’Aran: 34.490 euro l’anno mediamente percepito dai lavoratori Afam. Ne prendo molto meno della metà, lordi. Ma sono persona di poche necessità. Lo facevo bastare a Bologna, con un affitto di 400 euro mensili su uno stipendio di 848 al netto. Non mi vesto alla moda, non gioco al lotto, ho una casa sgarruppata in affitto senza riscaldamento e non vado in vacanza in grandi alberghi, anzi, non ci vado proprio.
Chi me lo fa fare di scioperare e di manifestare per quattro scalcagnati precari che passano il loro tempo dicendo signorsì a qualunque prevaricazione purché possano far colazione in comunella fra chiacchiere e biscotti? S’è visto com’è andata la riunione di comparto: eravamo in tre. Tre briganti o tre somari? E la riunione tra coadiutori? A pesci in faccia alla sottoscritta, addirittura da tesserati cgil, per arrivare a ciò che sono capaci di fare: un nulla di fatto. Quando c’è l’avviso di uno sciopero, tutti a parlarne, a riempirsi la bocca con le motivazioni, giustissime: i salari sono bassi, non c’è mobilità intercompartimentale, il futuro è incerto, i dirigenti in conferenza vogliono eliminarci (non l’hanno neanche mai letta)... Però poi tutti tengono famiglia e 40 euro di trattenuta sono troppi per chiunque, meno che per me che vivo d’aria. E poi son convinti che la dirigenza annoti in un libro nero chi sciopera e chi no, creando disagio nello scorrere lieto delle giornate scolastiche (sic!).
Vorrei essere rassicurata, dal sindacato che si fa sentire solo quando insisto. Dalla rsu che fa finta di nulla e si tiene a debita distanza, per timidezza, o forse più per timore. Che valenza può avere il mio sciopero, se nessuno se ne accorgerà? Uno, non fa differenza. Uno, è solo una pecora nera.
La coscienza che questi stessi colleghi, nessuno escluso, si rivolgono alle organizzazioni sindacali per farsi compilare le domande, per verificare il posto in graduatoria e intentare cause quando c’è uno più incozzato di loro, insomma che per questa maggioranza silente e accondiscendente il sindacato serve solo per le pratiche burocratiche e null’altro, mi disgusta.
Caro il mio docente compagno di scioperi, la gente non ha più coscienza? Hanno la coscienza del proprio personalissimo tornaconto. Alle manifestazioni ci vadano gli altri: loro si tengono i 40 euro, i sorrisi dei dirigenti e una bella divisa da balilla.
venerdì, aprile 03, 2009
Rivalutazione culturale
Occorre un ripensamento.
Sto sempre a lamentarmi della cattiva abitudine delle bidelle di urlare anzichè di parlare, di fare schiamazzi nei corridoi, così da farsi notare per quello che sono: bidelle, e non collaboratori scolastici o coadiutori, sempre che queste due etichette abbiano una qualche importanza per qualcuno.
A quanto pare, mercoledì, al G20, sua maestà Elisabetta s’è infastidita per la stessa ragione. Il nostro beneamato cavaliere, dimentico dell’etichetta di circostanza, s’è lanciato in frizzi e lazzi con quell’abbronzato di Obama, tanto che han dovuto ricordargli che lì non erano ai giardinetti e il bon ton è di prassi.
Insomma, le mie bidelle si comportano tal quali il cavaliere. Il nuovo galateo, riveduto corretto e riscritto dalla de filippi, imperversa sulle reti televisive, mietendo vittime, pardòn, estimatori in specie tra il personale scolastico.
Che mi debba anch’io uniformare?
Sto sempre a lamentarmi della cattiva abitudine delle bidelle di urlare anzichè di parlare, di fare schiamazzi nei corridoi, così da farsi notare per quello che sono: bidelle, e non collaboratori scolastici o coadiutori, sempre che queste due etichette abbiano una qualche importanza per qualcuno.
A quanto pare, mercoledì, al G20, sua maestà Elisabetta s’è infastidita per la stessa ragione. Il nostro beneamato cavaliere, dimentico dell’etichetta di circostanza, s’è lanciato in frizzi e lazzi con quell’abbronzato di Obama, tanto che han dovuto ricordargli che lì non erano ai giardinetti e il bon ton è di prassi.
Insomma, le mie bidelle si comportano tal quali il cavaliere. Il nuovo galateo, riveduto corretto e riscritto dalla de filippi, imperversa sulle reti televisive, mietendo vittime, pardòn, estimatori in specie tra il personale scolastico.
Che mi debba anch’io uniformare?
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