mercoledì, luglio 22, 2009

Vittime e carnefici


Acireale. Un bimbo, un piccolo esserino innocente e indifeso come lo sono tutti i cuccioli, ancora ingenuo davanti alla vita, è stato ucciso da un branco di cani, carnefici e vittime allo stesso tempo.
Anche qua in Sardegna vi sono molti branchi di randagi, "solitamente" docili e pacifici, e tantissimi cani da pastore che, al contrario, non sono docili per niente, pronti ad assalire chiunque passi solamente vicino alle loro pecore. Ovviamente non hanno nessuna colpa: sono così grazie all’educazione ricevuta dall’uomo a suon di botte e privazioni.
Leggendo l’articolo sulla morte del piccolo siciliano, ennesima vittima di cani inferociti, provo una gran tristezza per lui, per i suoi genitori, che ora avranno in odio tutti i cani, responsabili della morte del loro piccolo, e comprendo il loro gran dolore. Ma provo una gran pena anche per quei cani, perché se è vero che sono stati loro a sbranare il piccolo Giuseppe, mi chiedo chi li ha ridotti a quel modo.
Che ci facevano in quel fondo? Naturalmente nessuno ne sa niente, eppure i bambini portavano da mangiare ai cani da tempo.
Pittbull, dogo e doberman: tre razze utilizzate dall’uomo per la difesa, la protezione dei beni personali, ma, soprattutto, per i combattimenti. Tre dei cani che hanno sbranato il piccolo.
Mi chiedo ancora perché fossero lì, e ho in mente tre possibili cause. La prima, la più facile e la più ignobile: qualcuno li aveva in carico, prendendo i soldi dal Comune per la loro custodia e fregandosene altamente: l’unica cosa interessante era il compenso mensile. Una seconda, che i cani fossero in deposito, utilizzati per combattimenti illegali, o a guardia di merce illecita. Perché mi pare impossibile che cani di quelle razze siano potuti sfuggire all’attenzione della gente, degli operatori sanitari, degli amministratori comunali, della polizia municipale.


E’ del mese scorso la visita alla zona archeologica di Birori. Una zona molto bella e ben curata. Eravamo solo di passaggio e il tempo non era dei migliori, per cui la visita è stata veloce, ripromettendoci di tornare appena possibile. Come è logico in una terra dedita per lo più all’allevamento, i reperti archeologici confinano con terreni a pascolo; naturalmente vi sono greggi di pecore, e immancabilmente vi sono i cani di guardia. Ho scritto altre volte di come questi cani possano essere terribili, non limitandosi alla difesa del gregge, ma estendendo il raggio d’azione ben al di là del muretto o del filo spinato. E’ successo diverse volte che ci abbiano inseguito, fossimo a pieni o in auto, rappresentando per loro dei possibili predatori di pecore. Uno di loro un giorno riuscì pure ad azzannare il parafango posteriore e mi chiedo se al suo posto ci fosse il mio polpaccio.
Forse, è solo un’ipotesi, qualcosa del genere dev’essere successo a Birori. Qualche turista si sarà lamentato dei cani troppo sospettosi, rendendo la visita ai ruderi impossibile. Forse, in seguito a queste lamentele, si sarà cercata la soluzione. Non essendo possibile lasciare le pecore sole, perché son proprio pecore di nome e di fatto e abbisognose di protezione, non essendo più concepibile che un pastore passi tutta la giornata a contarle, si trova la soluzione. Naturalmente, sempre a scapito del cane. Gli si lega attorno al collo un bel peso, in modo che non possa muoversi se non di qualche centimetro alla volta, oppure gli si spezzeranno le gambe. Le pecore, in caso di pericolo, si raduneranno attorno a lui che abbaierà come un forsennato senza potersi muovere. Se nei dintorni c’è il pastore, questi accorrerà velocemente. Se nessuno lo ascolta, si prenderà legnate dai ladri o verrà sbranato dai predatori.
I turisti resteranno illesi, e si godranno le bellezze archeologiche in tutta tranquillità.

E' doverosa una precisazione. Il metodo del peso al collo non è stato pensato per l’incolumità dei turisti, che ai pastori frega meno di niente. E’ un metodo utilizzato dappertutto dagli allevatori e considerato il più innocuo, per quei cani troppo giramondo, a cui non piace stare tutto il giorno con le pecore e se ne vanno in cerca di compagnia migliore, o di qualche boccone per sopperire alla “dieta” impostagli dal padrone.


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Nell'aggiornamento della notizia al 23/07, c'è la confessione del fratello del piccolo Giuseppe. I cani erano suoi. Cani rubati e tenuti in deposito per, immagino io (e non soltanto io, a quanto pare), combattimenti clandestini. Il padre lo sapeva, e probabilmente pure la madre che dava ai figli il cibo per i cani. E sicuramente lo sapevano in molti in paese. Ma, come sempre accade, ci si pensa col senno di poi. In quanti avranno sulla coscienza il piccolo Giuseppe? Quale fosse stato il cane ad averlo ucciso, ha poca importanza. La responsabilità è dell'uomo: di chi li ha tenuti in deposito, di chi ha chiuso gli occhi e tappato la bocca, di chi si compiaceva scommettere su quale cane moriva per primo.

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