Ieri uno dei docenti stava quasi a rimbrottare il fatto che non ero alla manifestazione di Roma. In tono benevolo s’intende, poiché anche lui era al lavoro come me. Ma sua moglie era andata, e lo diceva con fierezza, con tono molto orgoglioso. Io invece.... Ma ognuno ha i suoi problemi, e non era opportuno, per me e il beneamato, partecipare alla manifestazione.
Mi ha chiesto poi com’era andato lo sciopero del 18 marzo. Risposta: lei, il suo collega, ed io. E quello precedente? Il suo collega, lei, ed io. Un attimo di smarrimento. Poi si chiede se noi tre siamo i più deficienti o se i deficienti siano gli altri. Alza il tono di voce protestando sul fatto, ormai indiscusso, che alla gente, alla maggioranza della gente, ormai manca la coscienza. Non hanno più interesse ai temi sociali, dico io, a meno che non ne siano toccati personalmente ed anche quella volta non percepiscono che il loro bene individuale è rapportato al benessere comune. Tralasciando i problemi personali che uno può avere in determinate occasioni, avessi partecipato alla manifestazione romana, al ritorno al lavoro mi sarei posta la titanica domanda: “ma chi me l’ha fatto fare?”.
Non sono precaria e non ho un licenziamento in vista. Il mio contratto di lavoro è scaduto da anni e lo stipendio è sotto la media di quello portato al tavolo della contrattazione dall’Aran: 34.490 euro l’anno mediamente percepito dai lavoratori Afam. Ne prendo molto meno della metà, lordi. Ma sono persona di poche necessità. Lo facevo bastare a Bologna, con un affitto di 400 euro mensili su uno stipendio di 848 al netto. Non mi vesto alla moda, non gioco al lotto, ho una casa sgarruppata in affitto senza riscaldamento e non vado in vacanza in grandi alberghi, anzi, non ci vado proprio.
Chi me lo fa fare di scioperare e di manifestare per quattro scalcagnati precari che passano il loro tempo dicendo signorsì a qualunque prevaricazione purché possano far colazione in comunella fra chiacchiere e biscotti? S’è visto com’è andata la riunione di comparto: eravamo in tre. Tre briganti o tre somari? E la riunione tra coadiutori? A pesci in faccia alla sottoscritta, addirittura da tesserati cgil, per arrivare a ciò che sono capaci di fare: un nulla di fatto. Quando c’è l’avviso di uno sciopero, tutti a parlarne, a riempirsi la bocca con le motivazioni, giustissime: i salari sono bassi, non c’è mobilità intercompartimentale, il futuro è incerto, i dirigenti in conferenza vogliono eliminarci (non l’hanno neanche mai letta)... Però poi tutti tengono famiglia e 40 euro di trattenuta sono troppi per chiunque, meno che per me che vivo d’aria. E poi son convinti che la dirigenza annoti in un libro nero chi sciopera e chi no, creando disagio nello scorrere lieto delle giornate scolastiche (sic!).
Vorrei essere rassicurata, dal sindacato che si fa sentire solo quando insisto. Dalla rsu che fa finta di nulla e si tiene a debita distanza, per timidezza, o forse più per timore. Che valenza può avere il mio sciopero, se nessuno se ne accorgerà? Uno, non fa differenza. Uno, è solo una pecora nera.
La coscienza che questi stessi colleghi, nessuno escluso, si rivolgono alle organizzazioni sindacali per farsi compilare le domande, per verificare il posto in graduatoria e intentare cause quando c’è uno più incozzato di loro, insomma che per questa maggioranza silente e accondiscendente il sindacato serve solo per le pratiche burocratiche e null’altro, mi disgusta.
Caro il mio docente compagno di scioperi, la gente non ha più coscienza? Hanno la coscienza del proprio personalissimo tornaconto. Alle manifestazioni ci vadano gli altri: loro si tengono i 40 euro, i sorrisi dei dirigenti e una bella divisa da balilla.
Mi ha chiesto poi com’era andato lo sciopero del 18 marzo. Risposta: lei, il suo collega, ed io. E quello precedente? Il suo collega, lei, ed io. Un attimo di smarrimento. Poi si chiede se noi tre siamo i più deficienti o se i deficienti siano gli altri. Alza il tono di voce protestando sul fatto, ormai indiscusso, che alla gente, alla maggioranza della gente, ormai manca la coscienza. Non hanno più interesse ai temi sociali, dico io, a meno che non ne siano toccati personalmente ed anche quella volta non percepiscono che il loro bene individuale è rapportato al benessere comune. Tralasciando i problemi personali che uno può avere in determinate occasioni, avessi partecipato alla manifestazione romana, al ritorno al lavoro mi sarei posta la titanica domanda: “ma chi me l’ha fatto fare?”.
Non sono precaria e non ho un licenziamento in vista. Il mio contratto di lavoro è scaduto da anni e lo stipendio è sotto la media di quello portato al tavolo della contrattazione dall’Aran: 34.490 euro l’anno mediamente percepito dai lavoratori Afam. Ne prendo molto meno della metà, lordi. Ma sono persona di poche necessità. Lo facevo bastare a Bologna, con un affitto di 400 euro mensili su uno stipendio di 848 al netto. Non mi vesto alla moda, non gioco al lotto, ho una casa sgarruppata in affitto senza riscaldamento e non vado in vacanza in grandi alberghi, anzi, non ci vado proprio.
Chi me lo fa fare di scioperare e di manifestare per quattro scalcagnati precari che passano il loro tempo dicendo signorsì a qualunque prevaricazione purché possano far colazione in comunella fra chiacchiere e biscotti? S’è visto com’è andata la riunione di comparto: eravamo in tre. Tre briganti o tre somari? E la riunione tra coadiutori? A pesci in faccia alla sottoscritta, addirittura da tesserati cgil, per arrivare a ciò che sono capaci di fare: un nulla di fatto. Quando c’è l’avviso di uno sciopero, tutti a parlarne, a riempirsi la bocca con le motivazioni, giustissime: i salari sono bassi, non c’è mobilità intercompartimentale, il futuro è incerto, i dirigenti in conferenza vogliono eliminarci (non l’hanno neanche mai letta)... Però poi tutti tengono famiglia e 40 euro di trattenuta sono troppi per chiunque, meno che per me che vivo d’aria. E poi son convinti che la dirigenza annoti in un libro nero chi sciopera e chi no, creando disagio nello scorrere lieto delle giornate scolastiche (sic!).
Vorrei essere rassicurata, dal sindacato che si fa sentire solo quando insisto. Dalla rsu che fa finta di nulla e si tiene a debita distanza, per timidezza, o forse più per timore. Che valenza può avere il mio sciopero, se nessuno se ne accorgerà? Uno, non fa differenza. Uno, è solo una pecora nera.
La coscienza che questi stessi colleghi, nessuno escluso, si rivolgono alle organizzazioni sindacali per farsi compilare le domande, per verificare il posto in graduatoria e intentare cause quando c’è uno più incozzato di loro, insomma che per questa maggioranza silente e accondiscendente il sindacato serve solo per le pratiche burocratiche e null’altro, mi disgusta.
Caro il mio docente compagno di scioperi, la gente non ha più coscienza? Hanno la coscienza del proprio personalissimo tornaconto. Alle manifestazioni ci vadano gli altri: loro si tengono i 40 euro, i sorrisi dei dirigenti e una bella divisa da balilla.





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