sabato, aprile 25, 2009

Donne della Resistenza: le Portatrici Carniche

Pancratium illyricum.

I scarpets di Delia

Delia aveva 17 anni, lunghi capelli castani che raccoglieva in una treccia, arrotolata sulla sommità del capo. A lei sarebbe piaciuto tenerli sciolti, ma l’usanza era quella e non poteva disobbedire. Stava seduta accanto alla finestra intrecciando foglie di granoturco con cui avrebbe fatto le sue scarpette. Aveva già preparato la tomaia in panno verde, ricamata con rose rosse e gialle e sarebbero state pronte per il suo compleanno, il mese successivo. Dalla finestra vide sua madre tornare dal paese con la gerla vuota: buon segno. Significava che aveva venduto tutto e sicuramente portava con sè qualche dolcetto per lei e il fratello. Corse ad aprirle la porta. Sua madre era buona con lei e gentile con tutti, ma ora era sempre triste e taciturna, a causa del papà e di suo fratello maggiore, che, avendo aderito alla brigata dei partigiani, ora erano nascosti sulle montagne.
«Mandi, Delia», la salutò la mamma.
«Mandi, mame», le rispose.
«Indulà j-sal Toni?», chiese del figlio piccolo.
«Al duâr te cune».
«Ai bisugne di sentami, soi propi strache».
La madre si accomodò sulla panca accanto al fogolâr, e prese nelle sue le mani di Delia.
«T’ài dît tantis voltis di lassà stà il scus. I scarpets tai fâs jo».
«Tu, tu âs di fâ alc di plui impuartant».
«Ce ài di fâ, mame?», domandò Delia.
«Mi àn fat savê che i nestris omps àn bisugne di medisinis e di provisions e cheste volte tocje a ti, di là, fin ale baite di Mirko, dopo malghe Promôs. Lì tu cjatarâs qualchi dun che ti puartarà da to pari.».
«O voi contente, mame».
«Lu sai, ma al è pericolôs. Tu âs di sta atènte, e no fâ le strade sterade».
«Starai atènte, mame. No è le prime volte co’ vai».
«Tu âs di là vie subide, lis medisinis son urgènts».
Era già passata l’ora di pranzo e ci sarebbero volute sei ore per arrivare alla baita. Ci sarebbe arrivata di notte, ma Delia non aveva paura del buio e conosceva i sentieri della montagna quanto le stanze della loro piccola casa.
Si vestì per uscire, la mamma l’aiutò a mettere la gerla sulle spalle e l’accompagnò fuori
Si salutarono con un lungo abbraccio. La mamma aveva sempre paura, ogni volta che andava dai partigiani nascosti sulle montagne, e il suo era un timore fondato: in giro c’erano bande di fascisti e di tedeschi che cercavano i loro uomini e bisognava stare attenti anche alle spie, che vendevano informazioni per farsi un po’ di soldi.
Per prima cosa andò a Casali Raut, dove la Gina le riempì la gerla di tutto il necessario. Pesava, ma Delia non era solo bella, era anche forte. Poi via, verso il Pal Grande.
Lungo la strada si fermò una volta soltanto: aveva visto dei gigli bianchi e li aveva raccolti per portarli a suo papà e a suo fratello. Al ritorno, ne avrebbe raccolti altri per la mamma.
Arrivò alla malga Pramosio mentre stavano cenando. Erano in tanti. Alcuni erano facce nuove che non aveva mai visto. Salutò Renzo, che le veniva incontro.
«Mandi, Delia».
Renzo, che aveva sposato la sorella maggiore della mamma, era vedovo da ormai tanti anni che lei non sapeva più se chiamarlo ancora zio oppure no.
«Ven a manğhâ cun nô. Tu sarâs strache e un pôc di pause no ti fâs mâl».
Avevano quasi tutti finito e lei prese posto vicino a un’anziana che sorseggiava un bicchiere di grappa. C’era minestra di orzo con ricotta affumicata e Delia ne prese un gran piatto. Stava portando il cucchiaio alla bocca, quando sentì urlare alle sue spalle, e si voltò impaurita, facendo cadere tutta la minestra.
Quelli nuovi, quelle facce sconosciute, avevano imbracciato i fucili e stavano radunando tutti contro il muro della malga. Uno di loro venne a prendere lei e l’anziana, gettandole fra gli altri. Delia si chinò a terra, chiuse gli occhi e pensò ai suoi scarpets ricamati a grandi fiori rossi e gialli che non avrebbe messo mai più. In cuor suo li regalò alla mamma, le mandò un bacio, e il viso si rigò di lacrime.
gz.
* * *
L’eccidio di Malga Pramosio
da: http://www.donneincarnia.it/ieri/zonalibera.htm


21 luglio 1944 - Una banda di S.S. travestita da partigiani apparve improvvisamente nella malga di Passo Pramosio a nord di Paluzza, in Carnia. Scambiati per garibaldini ebbero buona accoglienza, ristoro e cibo: ricambiarono l'ospitalità trucidando tutti i pastori e gli altri civili presenti e, scendendo a valle, uccisero tutte le persone che incontrarono.
Il giorno successivo, provenendo da Tolmezzo, un'autocolonna con oltre 300 S.S. italiane e tedesche, di cui una parte travestite da partigiani, piombò su Paluzza. Ad esse si unirono i falsi garibaldini dell'eccidio di Malga Pramosio, e tutti insieme infierirono ferocemente e lungamente contro la popolazione rubando, percuotendo, prelevando uomini e averi.
La colonna scese poi verso Tolmezzo. Al ponte di Sutrio l'ultima fase della tragedia: raggruppati i civili che avevano preso in ostaggio a Paluzza, li finirono a pugnalate insieme ad altri civili di Sutrio. Altri morti infine, segnarono la strada del ritorno delle S.S. verso Tolmezzo.
Questa efferata azione ebbe il tragico bilancio di 52 vittime tra la popolazione civile.

3 commenti:

v. ha detto...

Grazie Giulia, è un episodio che conoscevo poco, e il racconto è molto bello anche se non conoscendo quel dialetto -, non sono riuscita a comprenderlo completamente

giulia zeta ha detto...

Grazie a te, V. Però permettimi di puntualizzare che il friulano non è un dialetto, ma una lingua. ...e purtroppo l'ho quasi dimenticato. ciao. gz.

Anonimo ha detto...

Per saperne di più sui fatti di Pramosio e sulle stragi nazifasciste in Friuli, visitate il sito:
www.nn-media.eu